martedì 7 marzo 2017

ERNESTO ROLLI

Gli Achei e i Troiani della tradizione
Giovanna Canzano
intervista
Ernesto Rolli
27/05/2010

…“La letteratura classica, lungi dall’essere impostata in maniera estetica, 
o semplicemente come una serie di racconti tanto per raccogliere consensi e compiacimento, era concepita, in realtà, 
come un canovaccio da seguire per percorrere e seguire la strada degli dei”…. – “Per fare un esempio che ci riguarda direttamente, l’archeologia moderna, con tutte le scienze e le discipline ad essa correlate, riesce a scoprire mondi scomparsi e civiltà scomparse molti millenni fa, grazie alle citazioni non solo degli storici, ma anche a quelle dei filosofi, dei letterati, dei mitografi, degli epici e cosi via”… (Ernesto Roli)


CANZANO 1- Quali sono i motivi del tuo interesse per i classici?

ROLI – I motivi possono essere i più disparati. Possono essere motivi di ricerca storica, esistenziale, filosofica ed altri. Mi spiego meglio. Nel mondo antico noi ravvisiamo sempre una saggezza che oggi si ritiene perduta. Questo è il motivo per il quale l’approccio con il mondo classico ci dà la netta sensazione di un avvicinamento a conoscenze superiori di verità. Si nota, infatti, in questo mondo una saggezza oggi  scomparsa, a meno che uno non voglia rifugiarsi nella fede o nella religione, le quali, però, danno sempre una risposta devozionale. La filosofia, invece, in genere induce l’individuo ad una ricerca diretta ed individuale della verità, anche se da questo punto di vista esistono diverse scuole. La conoscenza del mondo classico è importante anche da un punto di vista letterario, perchè nella letteratura greca e latina si hanno degli esempi di vita e comportamento ai quali l’uomo contemporaneo dovrebbe ispirarsi. La letteratura classica, lungi dall’essere impostata in maniera estetica, o semplicemente come una serie di racconti tanto per raccogliere consensi e compiacimento, era concepita, in realtà, come un canovaccio da seguire per percorrere e seguire la strada degli dei.
Un riferimento particolare meritano i classici da un punto di vista storico. Gli storici antichi contengono una serie di notizie ed informazioni che, se sapute interpretare, ci aiutano a capire il susseguirsi degli avvenimenti della vita dell’uomo in questi ultimi millenni. Per fare un esempio che ci riguarda direttamente, l’archeologia moderna, con tutte le scienze e le discipline ad essa correlate, riesce a scoprire mondi scomparsi e civiltà scomparse molti millenni fa, grazie alle citazioni non solo degli storici, ma anche a quelle dei filosofi, dei letterati, dei mitografi, degli epici e cosi via.

CANZANO 2- Perchè ami l’archeologia e la storia  antica?

ROLI – Le civiltà antiche sono, in un certo senso, l’origine della nostra civiltà. Scoprire queste origini è un pò come scoprire noi stessi. Si cerca di andare il più indietro possibile, perchè ciò ci dà la sensazione di risalire alle nostre origini, per poter rispondere a mille domande, a mille misteri che interessano la nostra ricerca interiore. Conoscere l’origine dell’uomo e dei suoi comportamenti ci aiuta a conoscere i nostri modi di vita, anche se l’uomo moderno non sembra avere tanta voglia di imparare dai nostri antenati. L’archeologia e la storia antica ci aiutano a scoprire verità nascoste, mondi nascosti, usi e costumi abbandonati, caduti nell’oblio. Ci aiutano ad individuare cicli di arte antica, a scoprire  tecniche che noi pensiamo di aver inventato oggi, mentre invece uomini vissuti migliaia di anni fa le avevano già sperimentate. Ci aiutano a guarire dai nostri mali, perchè forse gli uomini antichi erano più saggi e più esperti di noi in tante circostanze. Ci aiutano ad istituire un rapporto di solidarietà tra i popoli. Per esempio la scoperta delle civiltà del medio oriente, la scoperta della civiltà egiziana, di quella  micenea, di Troia, la scoperta della civiltà nordico - indoeuropea, della Roma arcaica e di tante altre civiltà, hanno dato un contributo notevole al  progresso tecnico scientifico, agli scambi economici, commerciali e turistici, alla conoscenza delle lingue e delle culture diverse dalla nostra. Un dato di fatto molto importante riguarda lo smarrimento dell’ uomo moderno. Questo uomo non trova nella vita economica e sociale di oggi un vero motivo per la sua esistenza e spesso si rivolge al passato, con l’anima, la mente e lo spirito, proprio di chi vuol trovare una risposta alla sua ansia.

CANZANO 3- Come sei approdato al mondo degli Ittiti?

ROLI – Essendo da sempre un appassionato del mondo romano ed italico e quindi  anche degli Etruschi, ciò mi ha portato a ricercare proprio le origini dei Romani, che hanno sempre vantato origini troiane e quelle degli Etruschi, che hanno sempre vantato origini anatoliche. Proiettando quindi la mia ricerca in Asia Minore sono stato indotto a scoprire gli Ittiti, quali antenati del mondo indoeuropeo primordiale. Non bisogna dimenticare, infatti, che gli Ittiti costituiscono la prima civiltà indoeuropea del mondo antico, proprio in Asia minore. Studiando questa antica civiltà ma soprattutto la sua capitale Hattusa, mi sono reso conto che, in realtà, essa presenta delle caratteristiche storiche, geografiche  e culturali che possono essere identificate con l’antica Ilios omerica. Inoltre il mio studio apre nuove e interessanti prospettive sulla scomparsa di questo antichissimo popolo anatolico.
Il mio studio, infatti, getta qualche sprazzo di luce su una regione poco studiata e su una parte di storia poco nota; quella che abbraccia il periodo che va dalla fine del XIII sec. agli inizi del XII sec. a. C. In questo spazio di tempo, secondo me, sono da collocarsi avvenimenti storici importantissimi, che sono da considerarsi la causa delle principali trasformazioni politiche del mondo antico. Questi avvenimenti, oltre la caduta di Creta e di Micene, sono essenzialmente il crollo dell’impero ittita, con la distruzione della  sua capitale Hattusa e la migrazione dei così detti “Popoli del Mare”, che arrivano a minacciare persino l’Egitto. In questi ultimi episodi io ravviso la vera guerra di Troia, cantata in seguito da Omero nei suoi poemi.

CANZANO 4- Puoi approfondire il discorso?

ROLI – Certamente. Nocciolo del mio studio è, in effetti, la questione di che cosa si debba realmente intendere con Troia.
    Durante la mia ricerca ho sempre tentato di dare una risposta alla domanda: chi sono gli Achei e chi sono i Troiani della tradizione? Meglio ancora: cosa si deve intendere con questi due termini? Ora se si prova a rispondere a questa domanda sulla scorta di Omero, la risposta è semplice. Gli Achei sono i Greci che vivono nel Peloponneso, in altre parole i Micenei dell’archeologia, e i Troiani sono gli abitanti di quella città chiamata Ilios o Troia da Omero, situata sulle coste della Troade e scoperta da Schliemann nel 1870. Questa però, secondo me, non è una risposta storica, bensì una risposta poetica, sentimentale, emotiva, convenzionale. Molti storici, in effetti, oggi nutrono seri dubbi sul fatto che la città scoperta da Schliemann sia effettivamente la Troia omerica. Ilios, infatti, non corrisponde alla descrizione che Omero ci dà della città: grande, opulenta e circondata da possenti mura e capitale di un vasto impero.
    Per dare invece una risposta storica, bisogna indagare se nei poemi omerici esiste o no quel “nucleo storico” di cui tanto si parla tra gli studiosi e vedere in che cosa consiste. In poche parole bisogna indagare se i poemi omerici contengono una parvenza di storicità, al fine di poter affermare che non tutto è invenzione del poeta greco. Questo nucleo storico è stato ipotizzato da alcuni e respinto decisamente da altri. Questi ultimi hanno affermato, infatti, che i poemi omerici non sono altro che il frutto della fantasia di Omero.
    
    CANZANO 5- E tu come hai risposto alla questione?
    
ROLI – Io, invece, ho risposto alla questione, affermando che nei poemi omerici esiste, in effetti, questo “nucleo storico” e che esso va ricercato nella storia egeo - anatolica degli ultimi decenni del XIII sec. e dei primi decenni del XII sec. Vediamo in cosa consiste.
    Alla domanda di cui sopra, io ho pertanto risposto come segue: gli Achei sono popolazioni Egeo - Cretesi e i Troiani sono gli Ittiti. Troia in realtà è Hattusa, capitale dell’impero ittita, almeno nella fase che io chiamo “Prima guerra di Troia”. Si deve parlare, infatti, secondo me, di due città diverse con due nomi diversi: Hattusa da una parte e Ilios - Troia dall’altra, quindi di due guerre, unite sapientemente da Omero nei suoi poemi. Bisogna tenere presente, infatti, che la stessa mitologia greca parla di ben due guerre di Troia; la prima all’epoca di Laomedonte e la seconda all’epoca di Priamo.
    Naturalmente queste affermazioni vanno dimostrate, ma soprattutto bisogna sgombrare il campo da alcune questioni e dare risposte ad alcune domande. In primo luogo bisogna rispondere alla domanda: come mai Omero usa due nomi, Troia e Ilios, per indicare la città fatidica? Gli studiosi di solito non danno risposte chiare in proposito. Alcuni, invece, affermano che con Ilios, Omero intende indicare la città e con Troia la regione. Secondo me ciò è vero, a patto però che Omero si sia ispirato alla topografia ittito – anatolica. Mi spiego. Gli Ittiti citano in Anatolia lo stato di Arzawa, di cui fa parte la città di Vilusa. Ebbene, secondo i miei studi, il nome Arzawa si trasforma in Artia e poi con la metatesi in Traia – Troia. Per concludere, Troia è il nome della stato e Vilios è il nome della città, derivato da Vilusa.
    In secondo luogo se operiamo il semplice confronto archeologico tra la Ilios ufficiale e Hattusa, secondo me questo depone a favore di quest’ultima. Hattusa, infatti, è una grande città, ricca, famosa e capitale di un vasto impero. Ilios in realtà è un modesto centro in questo momento. Inoltre i Micenei non costituiscono certo una potenza in grado di minacciare gli stati anatolici. Pensare ad una guerra di così vaste proporzioni tra due realtà storico - politiche di scarso rilievo (Ilios e Micene) è poco credibile. Pensare che Micene possa organizzare una grande coalizione per vendicare l’onore di un re per il rapimento della sua donna, storicamente è ridicolo, poeticamente invece nò. I Micenei, in effetti, non hanno le potenzialità militari, politiche ed economiche per attaccare Troia (Ilios). Tanto meno sono una potenza marinara.
    
    CANZANO 6- Ci puoi dire cosa si deve intendere, in realtà, con la “Guerra di Troia”?

ROLI – Sono gli stessi Ittiti e inoltre gli Egiziani a fornire le risposte.
    Dagli archivi di Hattusa, le ultime tavolette in possesso degli archeologi, parlano dell’ultimo re ittita Suppiluliumas II (1190-80) e delle sue imprese. In questi documenti si parla di guerre da lui sostenute contro la così detta “Alleanza Occidentale”, una sorta di stati situati sulla costa egea dell’Anatolia, che si opponevano alla politica espansionistica ittita, e della conquista da parte sua dell’isola di Alasija. Dopo di che è la fine. Tutto tace. Solo gli Egiziani (Ramses III, nelle iscrizioni del Medinet Habu) affermano chiaramente che Hattusa è stata distrutta dai “Popoli del Mare”. Cosi, infatti, gli Egiziani chiamano i popoli dell’Alleanza. Ora Alasija come si è detto è un’isola, che gli studiosi identificano però con Cipro. Ciò è un grave errore, perché in realtà Alasija, secondo me, è Rodi. Essa, infatti, è l’isola contesa da Egeo - Cretesi (Achei) e Ittiti (Troiani); pretesto che in Omero diventa Elene (Elena), la bella principessa rapita dal troiano Paride, figlio di Priamo. L’ isola rappresenta una formidabile testa di ponte tra occidente e oriente, tra la civiltà cretese e quella ittita. Le fonti ittite, infatti, parlano spesso di guerre tra loro e stati occidentali per il possesso delle coste anatoliche e delle isole egee.
    
    CANZANO 7- Poi cosa è successo?

ROLI – La risposta, come si è detto, la danno gli Egiziani.
    Le fonti egiziane, infatti, parlano delle “Congiure degli Stranieri”, in seguito alle quali i “Popoli del Mare” invadono l’Anatolia, riconquistano Alasija e distruggono Hattusa, tentando poi di penetrare
    in Egitto. Gli “Stranieri” in realtà sono gli Egeo  - Cretesi (Achei) e sono loro che organizzano
    una “Grande Coalizione” per ricuperare Alasija, invadere l’Anatolia e distruggere Hattusa.
    Tutti questi avvenimenti, secondo me, non sono altro che la “Prima guerra di Troia”.
    
    CANZANO 8- Gli studiosi a questo punto del problema si chiederanno: e la città scoperta da Schliemann nella Troade, cioè Ilios - Troia, che ruolo ha? Come rispondi?

ROLI – La risposta è che essa appartiene a quella che io chiamo “Seconda Guerra di Troia”. Mi spiego.
    Intorno al 1020 essa è distrutta da coloni greco - eolici che contendono agli abitanti superstiti, dopo secoli di decadenza e distruzioni, il dominio sulle coste dell’Anatolia.
    Questa seconda guerra, poco nota, ma che comincia a delinearsi solo ora, dati i recenti scavi archeologici a Troia - Ilios, fornisce ad Omero lo spunto per glorificare la nascente potenza
    greca, assommando nel suo poema due città e due guerre. La prima è quella reale, quella vera, quella di grande portata (Hattusa, 1180), la seconda è quella modesta e occasionale, di poco conto (Troia - Ilios, 1020), sapientemente fuse insieme da Omero a scopo propagandistico, per esaltare le gesta dei coloni e delle genti eoliche che avevano in Achille il loro eroe.
    
    CANZANO 9- E come sei approdato ad Omero?

ROLI – L’ approdo ad Omero è stato inevitabile. Una volta individuato il famoso “Nucleo Storico” in Omero, che consiste negli avvenimenti degli ultimi periodi della storia ittita, e cioè che la famosa guerra omerica di Ilios - Troia, in realtà corrisponde alla caduta di Hattusa, il conoscere il pensiero e l’ opera del sommo poeta greco mi è sembrato doveroso per capire cosa lui conosca effettivamente del mondo ittita e come ha impostato i suoi poemi.
Bisogna dire a tal proposito che Omero è un personaggio che esiste e non esiste. Omero in greco non significa nulla; anzi i Greci non sapevano nemmeno dove era nato. Dubitavano persino che fosse greco. Per capire il problema, bisogna approfondire un piccolo periodo di storia ittita.
    Quando gli Ittiti fuggono dall’Anatolia, incalzati dai Popoli del Mare, una parte di loro si rifugia in Cilicia e in Siria dove danno origine ai c. d. regni neo ittiti. Uno di questi Adana, ora Karatepe in Cilicia, è il più probabile erede dell’archivio ittita. Qui convivono tre culture: quella ittito - luvia, quella greca e quella assiro - aramaica. Una città importante nel IX sec. Ebbene uno studioso austriaco, Raoul Schrott, ha fatto rilevare che qui esistevano degli scribi assiri, detti ben omerim. Pertanto i Greci d’Asia Minore si rivolgono ad uno di questi omerim e gli chiedono di cantare la loro guerra, quella contro Vilusa - Ilios. Questo omerim accetta, prende tutto il bagaglio storico anatolico, orale o in tavolette, arruola gli Ahhijawa (Achei) tra i Greci, si ispira alla letteratura
    mesopotamica, diffusa dagli Assiri, incarica scribi greci a stendere materialmente l’opera, mette un pizzico di fantasia ed ecco l’Iliade e l’Odissea.
Lo Schrott, a dimostrazione della dipendenza di Omero dalla letteratura mesopotamica, cita gli studi di Walter Burkert, il quale dimostra l’assoluta uguaglianza tra episodi dell’Iliade ed analoghi episodi del poema L’epopea di Gilgames.
Attraverso questa lettura degli avvenimenti storici io rispondo implicitamente alla domanda sul perché gli storici greci non citano mai, ovvero non conoscono, né Hattusa, grande capitale di impero, né la civiltà ittita. La risposta, infatti, è che essi la conoscono attraverso gli avvenimenti della Guerra di Troia, che non è una guerricciola, bensì una guerra di portata geopolitica mondiale.
    In questa maniera io confermo, inoltre, che lo scenario bellico troiano della tradizione omerico -virgiliana è prettamente egeo - anatolico.

CANZANO 10- Perchè hai scritto un libro su Omero?

ROLI – In realtà la parte principale del mio studio riguarda la caduta dell’impero ittita e della sua capitale Hattusa. Avendo intuito che questa, in realtà è la Troia omerica, ho dovuto necessariamente occuparmi di Omero. Me ne sono occupato per approfondire tutta una serie di problematiche che riguardano i suoi poemi, in quanto girano interpretazioni un pò singolari su di essi.
Ad esempio per quanto riguarda l’Odissea, circola voce che i siti del viaggio iniziatico di Ulisse non trovano riscontri nel Mediterraneo, per questo alcuni si sentono autorizzati a localizzarli in altri scenari. Invece, la non riscontrabilità dei luoghi omerici nel Mediterraneo, è dovuta al fatto che poco prima dell’anno mille, i Dori hanno sconvolto con la loro penetrazione nell’Egeo, tutta la topografia precedente. Omero, invece, grazie agli Ittiti conserva tale topografia. Pertanto, bisogna sapere cercare nell’Egeo, avvalendosi dell’aiuto del mondo ittita. Ed ecco che, alla fine, tutto torna, e la geografia omerica la troviamo al proprio posto. Ci vuole amore, passione. Bisogna conoscere la simbologia, i miti, i significati nascosti delle cose, ma soprattutto saper interpretare il messaggio che Omero ci trasmette, profondamente legato alla terra greca; altrimenti chi non sa cercare a casa propria, sarà costretto a cercare in casa altrui.
Per quanto riguardo l’Iliade, invece, alcuni pongono l’accento sui fattori climatici ed altri particolari. Ad esempio si fa riferimento all’abbigliamento dei combattenti descritto come se fosse invernale, addobbati con pesanti mantelli. Oppure, si parla di clima freddo e umido, di cielo tempestoso e altri particolari. Per questo si è posto lo scenario della guerra troiana nel nord, in Finlandia. Ma la mia interpretazione fa giustizia di tutto ciò, perchè, secondo me, la vicenda narrata da Omero in realtà si svolge sull’altipiano anatolico, ad oltre 1200 metri di altezza. Qui in inverno fa molto freddo e ciò spiega sia l’abbigliamento dei guerrieri, sia i riferimenti al clima perturbato. Non dimentichiamo inoltre che presso Hattusa, sorge un’alta montagna sempre innevata che è il monte Ida della tradizione.

CANZANO 11- Cosa accetti delle teorie nordiche e baltiche e che cosa non ti convince?

ROLI – Naturalmente faccio salva la serietà e la buona fede dei rispettivi ricercatori, che rispetto sempre. Comunque nonostante la diversità di localizzazione geografica, ci sono indubbiamente dei punti di contatto e di critica comune. Mi spiego. Quando si dice che nell’Egeo è difficile rintracciare un coerente percorso del viaggio iniziatico di Ulisse, questo è vero. Io, però, ho spiegato varie volte che ciò è dovuto al fatto che intorno all’anno mille a. C.,  i Dori penetrando nell’Egeo hanno
stravolto la terminologia topografica della regione. Per questo i ricercatori e gli studiosi di Omero dall’ottocento in poi, prima comunque della scoperta del mondo ittita, non ci si ritrovano con la
geografia omerica e ricostruiscono arbitrariamente il percorso del viaggio di Ulisse. Questo, però, non ci autorizza oggi giorno ad andare in giro per il mondo e a situare il proprio Ulisse e il proprio Omero in scenari esotici. Cosi facendo ogni angolo della terra presenta situazioni apparentemente simili a quelle descritte da Omero. Di assonanze linguistiche avvicinabili a quelle egee, inoltre, ce ne sono quante ne vogliamo. Un conto, però, sono le assonanze, un conto sono le etimologie e le discipline linguistiche. Anche io, da questo punto di vista, ho commesso diversi errori. Lo riconosco. Per tale motivo, sò quanto sia insidioso questo terreno. La comparazione, inoltre, si fa tra lingue antiche e lingue antiche, non tra lingue antiche e lingue moderne. Senza contare che poi gli abitanti della regione prescelta, fanno ponti d’oro al ricercatore di turno, pur di assurgere alla notorietà, e questi poi si illude. Un altro punto di contatto è la critica al sito dell’antica Troia. Da tempo, insigni studiosi hanno espresso dubbi sul fatto che la città scoperta da Schliemann sia effettivamente quella descritta da Omero, come ho già detto. Però mentre io resto in Anatolia e rintraccio la città che fà al caso di Omero, in quanto ricca, potente, con grandi mura e capitale di un vasto impero e cioè Hattusa, il cui crollo è documentato storicamente, altri preferiscono fortini da guerricciola da Far West, situati in Finlandia, perchè sanno  che là, in effetti, non esistono le grandi cosruzioni del mondo egeo anatolico. Un altro punto di contatto è indubbiamente la scelta nordico indoeuropea dei protagonisti, cioè gli Elleni. Un conto è pero farli venire dalla Scandinavia, dove in realtà là non ci sono mai stati, un conto è farli venire da regioni più consone al loro linguaggio, e cioè dal centro Europa. Pensare che gli Achei siano partiti dalla Finlandia dopo una guerricciola e poi sono andati in Grecia dove hanno fondato la civiltà micenea, mi sembra un pò troppo. Un altro punto di contatto con loro sono i riferimenti ai miti nordici, artici ed iperborei, esaminati da Wirt, Tilak, Guenon, Evola ed altri, sui quali siamo d’accordo, anche se, secondo me, non è facile localizzarli da un punto di vista temporale. In poche parole nello scenario omerico questi miti non c’entrano nulla. Dopo di che le similitudini sono finite. Ho l’impressione infine che gli autori baltici si siano illusi che gli Achei, emigrando dalla Scandinavia per arrivare in Grecia, si sono portati con se la geografia nordica nel Mediterraneo. In realtà sono i loro autori che inconsapevolmente, hanno trasportato nel nord la geografia mediterranea.
Da un punto di vista poi della loro localizzazione dello scenario omerico nel nord è inutile dire che non condivido alcunchè.

CANZANO 12- In recenti convegni si è parlato di Evola e di A. Romualdi. Cosa ci puoi dire in proposito?

ROLI – Ho conosciuto Adriano Romualdi nei primi anni sessanta. Siamo diventati amici perchè entrambi ci interessavamo di studi di storia antica, di archeologia e di  indoeuropeistica. In generale studiavamo le origini dei popoli indoeuropei e in particolare dei Latini, dei Greci, degli Ittiti, dei Germani e di altri. Inoltre, eravamo interessati anche alle origini degli Etruschi, come popolo italico. Adriano era più anziano di me e naturalmente molto più preparato ed esperto. Tuttavia, aveva molta stima in me e spesso passavamo intere giornate a parlare dei singoli popoli e delle loro origini; inoltre delle migrazioni e delle civiltà indoeurepoee. Io spesso gli suggerivo ipotesi di soluzioni a vari problemi, che lui accettava riconoscendomi il merito. Quando ha pubblicato la corposa introduzione al libro di H. F. K. Gunther: “Religiosità indoeuropea”, mi ha chiesto la collaborazione. Insieme abbiamo letto le bozze e io qualche suggerimento glielo ho potuto dare. Ho l’orgoglio di affermare che parte di me esiste in quel saggio. Il libro fu apprezzato sia da G. Devoto che da Evola. Devoto è tuttora il più grande indoeuropeista italiano; quello più vicino alle nostre tesi. Nulla a che vedere con i vari Semeraro. Dopo la  scomparsa di Adriano, io ho proseguito le sue ricerche approfondendo l’origine dei Latini e degli Etruschi. Studi che ho in cantiere. Per questo ho affrontato il problema degli Ittiti, dato il legame storico e mitico che lega questi popoli. Adriano amava gli Ittiti in maniera particolare, perchè sosteneva che avevano costituito la prima civiltà indoeuropea nel modo antico e che si erano sacrificati per difendere l’Europa dagli influssi asiatici.
Adriano era un uomo pratico e concreto, che si è sforzato di diffondere in un certo ambiente, la conoscenza delle civiltà indoeuropee da un punto di vista scientifico, storico, archeologico e spirituale. Non certo le fantasie e le astrattezze cui, a volte, portano i miti, se non saputi correttamente interpretare da menti pratiche, come ad esempio Evola. Di questo lui né era convinto, ed è vero. Alcuni, infatti, appena sentono parlare di Artico, di Nord, di Iperborei, si entusiasmano in maniera irrazionale e accettano qualsiasi tesi, senza riflettere sui possibili tranelli.
Dispiace infine constatare come tanti “amici”, appartenenti alla sua generazione e che anno conosciuto i suoi scritti e la sua autorità in materia di indoeuropeistica, oggi giorno abbiano dimenticato i suoi insegnamenti, per inseguire strani mitomani che di scientifico non hanno alcunchè.
Per quanto riguarda Evola, io l’ho conosciuto tramite Adriano. Spesso eravamo a casa sua a Corso Vittorio, dove parlavamo di problemi esistenziali e di problemi storici ed archeologici. Si complimentò con Adriano per il suo libro, tanto che ne fece una  recensìone. Evola, strano a dirsi, era uno studioso molto realista. Alcuni, recentemente, se ne sono appropriati in maniera indebita. E’ poco serio tirarlo per la giacca per cercare di dare una patente di leggittimità alle proprie tesi. Al contrario Evola non avrebbe mai condiviso tesi fantasiose e non scientifiche. E’ stato l’unico, infatti, a saper coniugare mito e scienza. Sapeva che ai miti in se, non è facile dare una collocazione temporale, ma con la sua conoscenza dei dati scientifici ed archeologici, ha saputo equlibrare le due cose. Per i miti vi è il tempo mitico, per la scienza vi è la cronologia, anche se difficile da interpretare. Evola conosceva perfettamente l’archeologia nordica. Conosceva i vari archeologi tedeschi e le loro teorie. Conosceva H. Gunther, G. Kossinna, H. Krahe, W. Darrè e tutti gli altri. Conosceva G. Devoto e altri archeologi indoeuropeisti italiani e stranieri e alla fine condivideva la posizione centro nord europea della formazione dei popoli indoeuropei, come da me esposto e da Adriano sostenuto. Mai avrebbe avvallato la tesi della origine degli Elleni dalla Scandinavia.

BIOBIBLIOGRAFIA

    Ernesto Roli è nato in provincia di Bologna nel Settembre del 1943. Architetto ed ex insegnante di Disegno e Storia dell’Arte presso il Collegio Nazareno di Roma, da sempre è appassionato di archeologia ed ha partecipato a diverse campagne di scavo nell’Etruria meridionale insieme ad associazioni volontaristiche, approfondendo nel contempo il problema delle origini degli Etruschi e dei Latini. Studioso di Storia Antica, si è interessato in particolar modo al problema della formazione e della diffusione dei popoli e delle lingue indoeuropee. Numerosi sono gli articoli e i saggi pubblicati su questi argomenti in riviste e giornali specializzati. Contemporaneamente ha affrontato il problema della caduta dell’impero ittita e della geografia omerica, le cui conclusioni sono contenute nel volume da lui scritto: “La caduta dell’impero ittita e la guerra di Troia – Omero nell’Egeo”.  Il Roli si è reso conto che nella Storia Antica esiste un momento poco noto e poco chiaro, comprendente il XIII e il XII sec., nel quale nemmeno gli studiosi specialisti in materia riescono a dare risposte esaurienti, circa la caduta dell’impero ittita e la distruzione della sua capitale: Hattusa. Mancano risposte chiare inoltre al problema, che cosa si debba realmente intendere con la “Guerra di Troia” e a quello, chi siano realmente i c. d. “Popoli del Mare”; queste misteriose popolazioni che hanno completamente alterato i vecchi equilibri del Mondo Antico, dall’Egeo, all’Anatolia sino all’Egitto.
    A queste domande il Roli pensa di aver dato risposte concrete, che mutano sostanzialmente il quadro delle nostre conoscenze in materia.
    Essendo nel frattempo esaurita la prima edizione del suo libro, l’autore ne sta curando una seconda edizione riveduta, corretta ed ampliata.
    In qualità di architetto e di urbanista ha in corso di pubblicazione un approfondito studio sulla topografia del Foro Romano e del Palatino.


    
    Giovanna Canzano - © - 2010

MAURO MANNO

Israele è uno stato democratico? 
Giovanna Canzano
intervista
Mauro Manno
01/06/2010

…“Quale nazione avrebbe accettato la divisione del proprio territorio imposta dall’alto
fosse anche dall’ONU, (che allora, ricordiamolo, era costituito da un quarto degli stati attuali ed era sotto il controllo di USA e Unione Sovietica). 
Se poi l’ONU avesse imposto anche l’applicazione della risoluzione 194 che chiedeva a Israele di permettere ai palestinesi cacciati con la forza di poter tornare, allora le cose sarebbero 
andate molto diversamente. Ma Israele rifiutò la risoluzione…”  (Mauro Manna)

CANZANO 1- Ebrei ‘ueber alles’. Sin dal 1948 con la nascita dello stato di Israele leggendo vari giornali vediamo la presenza ebraica in ogni settore della vita sia culturale che economica: guida e saggi e ‘uomini giusti’?

MANNO – Io non direi “Ebrei über alles”, semmai “sionisti über Alles”. Questa distinzione oggi è fondamentale. Studio da anni l’ideologia politica del sionismo per poter dire con certezza che la confusione su questo punto non è solamente errata, storicamente e politicamente, ma anche ingiusta verso quei tanti ebrei che sono stati le vittime del sionismo. Anche oggi ci sono ebrei che sono vittime del sionismo. Io di queste nuove vittime ne conosco alcune personalmente, e non mi sembra che siano “über alles”, sono invece certamente sotto il mirino dei sionisti. Vengono ostracizzate, perdono il posto all’università come è successo a Norman Finkelstein, l’autore de ‘L’industria dell’Olocausto’ oppure vengono isolate e messe in condizioni di lasciare non solo la cattedra universitaria ma anche i loro affetti e i loro amici in Israele ed emigrare in occidente, come è successo a Ilan Pappe, l’autore di ‘La pulizia etnica della Palestina’. Questi ebrei soffrono perché hanno il coraggio di proclamarsi antisionisti. Questo atto di rivolta contro il sionismo non costituisce solo il ripudio di quell’ideologia politica ma è anche il rigetto delle conseguenze storiche che la sua vittoria ha avuto, vale a dire, lo stato ebraico, Israele come stato ebraico. Gli antisionisti vogliono la fine dello stato d’Israele così come è stato edificato dai sionisti e si battono per la sua sostituzione con uno stato unico e democratico per tutti gli ebrei e tutti i palestinesi che si trovano all’interno dell’intera Palestina, cioè all’interno di Israele e dei territori occupati, Gaza compresa. Ma ciò non basta; essi sostengono anche il diritto al ritorno dei profughi cacciati nel 1948, come d’altronde sancisce la risoluzione dell’Onu  n° 194, votata esattamente 60 anni fa (11 dicembre 1948) e mai applicata. 
Ma attenzione! Chi conosce la sorte di queste nuove vittime del sionismo, cioè degli ebrei antisionisti, non deve dimenticare la sorte ben più tragica toccata agli ebrei assimilazionisti durante il II conflitto mondiale. Anch’essi erano contrari al sionismo, anch’essi sono stati le vittime del sionismo. Questa è la parte della loro storia che i sionisti vogliono assolutamente tenere nascosta. La loro lotta contro gli ebrei assimilazionisti, condotta in collaborazione con i nazisti e gli antisemiti.
Altro che “uomini giusti”,  i sionisti sono gli uomini politici più ingiusti che ci siano mai stati, verso gli altri ebrei e verso i non-ebrei.

CANZANO 2- Gli ebrei assimilazionisti?

MANNO – Gli ebrei assimilazionisti sono quegli ebrei che vogliono assimilarsi, fondersi nella popolazione del paese dove sono nati. Per la legge rabbinica, l’halachà, è ebreo chi è figlio o figlia di madre ebrea o chi si converte al giudaismo. L’ebraicità dunque è trasmessa attraverso il sangue, dalla madre al figlio o alla figlia. Per le altre religioni non è così: il cristianesimo di un cattolico o l’islam di un musulmano non sono trasmessi attraverso il sangue. Per conservare questa peculiarità ebraica e per conservare l’ebraismo in generale è fondamentale che nella famiglia non ci siano matrimoni misti, con non-ebrei. Se un ebreo (non nato in Israele) ritiene che il fatto di essere figlio di madre ebrea non lo faccia ebreo, se rigetta la religione ebraica, se si considera un essere umano libero di scegliere un’altra religione o nessuna religione, se vuole vivere senza il peso del passato ebraico della sua famiglia, allora costui è un’assimilazionista. Vuole uscire dal chiuso mondo ebraico ed entrare nel mondo più aperto e libero dei non-ebrei. Costui quindi adotterà totalmente la cultura, la lingua, il modo di vita, la cucina, la tradizione, ecc. del paese in cui vive. Ne adotterà anche il destino. Non si sentirà obbligato a sposare una donna ebrea per cui i suoi figli non saranno più ebrei secondo l’halachà. Se educherà i suoi figli nello spirito in cui egli stesso è vissuto e se i suoi figli faranno anch’essi dei matrimoni misti, e così i figli dei suoi figli, allora, dopo poche generazioni i suoi discendenti non saranno più ebrei, saranno italiani, tedeschi, francesi ecc a tutti gli effetti. Il sionista Jabotinsky, che ovviamente aborriva l’assimilazione, così diceva: “Per giungere ad un’assimilazione vera …. [l’ebreo]  deve produrre attraverso una lunga serie di matrimoni misti, in un periodo di varie decine di anni, un nipote-di un nipote-di un nipote nelle cui vene sia rimasta soltanto una minima traccia di sangue ebraico, perché solo quel nipote-di un nipote-di un nipote avrà la conformazione spirituale di un vero francese o di un vero tedesco”. Il matrimonio misto è alla base dell’assimilazione. Prima del II conflitto mondiale, i matrimoni misti erano in forte progressione; per esempio, nel 1929, in Germania, essi costituivano il 59% dei matrimoni; per contro i matrimoni puri, con entrambi i coniugi ebrei erano una minoranza, il 41%. Ciò spaventava i sionisti, che consideravano gli assimilazionisti alla stregua dei traditori. Quando i nazisti salirono al potere, le organizzazioni sioniste internazionali si affrettarono a collaborare con loro e conclusero dei patti per far emigrare solo i sionisti fuori dalla Germania (recuperando i loro averi) e avviarli nelle colonie palestinesi. Gli ebrei assimilazionisti non li interessavano e così li condannarono alla loro sorte. I sionisti non fecero nulla perché gli assimilazionisti tedeschi potessero emigrare in America o in altri stati occidentali, anzi bloccarono tutti i tentativi in questo senso. Più tardi, durante la guerra, estesero questa politica a livello europeo. Erano in corso eccidi e massacri di ebrei e loro trattavano per salvare solo i sionisti e quelli che volevano emigrare in Palestina, gli altri potevano morire. L’esempio di Rezso Kasztner, è illuminante. Questo sionista ungherese, nel 1944, contrabbandò la salvezza della sua famiglia e degli aderenti alle varie organizzazioni sioniste ungheresi - 1600 persone in tutto - in cambio della sua collaborazione e quella dei suoi seguaci per facilitare la deportazione ad Auschwitz di centinaia di migliaia di ebrei assimilazionisti.
Questa politica ha facilitato la quasi estinzione degli ebrei non-sionisti, quelli sulla via dell’assimilazione. I sionisti sono corresponsabili, con i nazisti di questo crimine. Ecco la ragione per cui oggi la maggior parte degli ebrei della diaspora si dichiarano sionisti e praticano i matrimoni tra soli ebrei. 

CANZANO 3- Cioè una pulizia etnica tra gli ebrei e condotta dagli ebrei?

MANNO – Serberei il termine «pulizia etnica» a quello che i sionisti hanno fatto ai palestinesi nel 1948. Essi hanno ripulito la Palestina dai suoi antichi abitanti, come ha minuziosamente mostrato Ilan Pappe nel suo recente libro con quel titolo. Direi invece che c’è stata la volontà dei sionisti di liberarsi degli ebrei non-sionisti. Io ho parlato di corresponsabilità dei sionisti con i nazisti. Sono stati i nazisti a portare la morte mentre i sionisti hanno collaborato a vari livelli con i carnefici. Durante il II conflitto mondiale, i sionisti, in alcuni casi, sono giunti ad uccidere direttamente, il più delle volte, hanno denunciato altri ebrei, hanno spesso gestito i campi di concentramento, hanno convinto gli assimilazionisti a starsene buoni, a non ribellarsi, il tutto in cambio della salvezza dei loro seguaci sionisti, dei loro familiari e degli amici. Per quel che riguarda i loro seguaci, bisogna specificare che i capi sionisti non si sono nemmeno impegnati a salvarli tutti, ma solo i più giovani, cioè quelli che potevano combattere con le armi (in previsione della lotta contro gli inglesi e i palestinesi), cioè quelli che potevano lavorare per lo sviluppo delle colonie, quelli che potevano fare figli. I vecchi e i bambini sarebbero stati di peso. Nel 1937, Chaim Weizmann, futuro presidente di Israele, davanti alla Commissione Peel a Londra dichiarò con freddezza: “voglio salvare ... dei giovani [per la Palestina]. I vecchi passeranno. Sopporteranno il loro destino o non lo faranno. Sono polvere, polvere economica e morale in un mondo crudele ... Solo il ramo giovane sopravviverà. Dovranno accettarlo”. E qui si tratta di sionisti. Ben Gurion, parlando nel ’38, dei bambini (figli di sionisti e non-sionisti), disse: “Se sapessi che è possibile salvare tutti i bambini di Germania portandoli in Inghilterra e solo metà di essi portandoli in Eretz Israel, allora opterei per la seconda alternativa”. Ben Gurion sapeva che se gli assimilazionisti e le persone di buona volontà avessero dovuto scegliere “tra il salvare gli ebrei dai campi di concentramento” e il sionismo, “la pietà” avrebbe avuto “la meglio e tutta l’energia della gente” sarebbe stata “canalizzata verso il soccorso degli ebrei di vari paesi”; allora “il sionismo” sarebbe stato “cancellato dall’ordine del giorno non solo presso l’opinione pubblica mondiale, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma anche in ogni altro luogo nell’opinione pubblica ebraica”. Per i sionisti ciò non doveva accadere ed essi fecero di tutto perché non accadesse. Pensi che quando qualcuno disse a Yitzhak Gruenbaum – capo del Comitato di Soccorso (!!!) dell'Agenzia Ebraica in Palestina, nel 1943 quando gli eccidi erano cominciati, “Non costruite nuove colonie (…) sborsate il denaro per salvare gli ebrei della diaspora”, egli rispose: “Il sionismo passa sopra ogni altra cosa”. In un’altra occasione, sempre nel 1943, pronunciò la frase: “Una mucca in Palestina vale più di tutti gli ebrei in Polonia”. 
E così i sionisti, alleandosi con i nazisti, si sono salvati, mentre i non-sionisti sono stati eliminati proprio in grazia di quella alleanza. Ed oggi i sionisti dominano su tutti gli ebrei e influenzano pesantemente i governi occidentali. Determinano la politica estera americana (vedi il libro di Mearsheimer e Walt). Per questo Israele è intoccabile e può fare tutto quello che vuole e non solo ai Palestinesi… Ma qui tocchiamo il problema della lobby sionista.
Canzano 4– Lobby sionista?
Manno– Per capirci, prendiamo l’esempio della lobby sionista in America, la lobby sionista più forte d’Occidente. Nella corsa dei due candidati americani alla Casa Bianca, tutti hanno potuto vedere in TV sia Obama sia il suo vice, Biden, sia i due perdenti McCain e la Palin correre a genuflettersi davanti all’organizzazione più potente della lobby, l’AIPAC. Questo era stato previsto da Mearsheimer e Walt e si è avverato puntualmente. I due candidati sono stati costretti a sottomettersi ad un accurato esame davanti ai giudici della lobby riguardo alle loro proposte politiche riguardanti Israele e ai posti di comando che essi erano disposti ad accordare a sionisti (ebrei o non ebrei) nella loro futura amministrazione. Tutti ricorderanno come Obama sia riuscito a spiazzare il rivale proclamando che egli appoggia la linea di “Gerusalemme unica e indivisibile capitale dello Stato ebraico”. McCain non si era spinto a tanto. Questa linea è ufficialmente condannata dalla comunità internazionale sulla base di una serie di risoluzioni dell’ONU. Israele prosegue nell’espulsione dei palestinesi (in gran parte di fede cristiana) dalla Città Santa e l’Occidente fa finta di niente pur mantenendo la posizione ufficiale dell’ONU. Adesso Obama, l’«uomo della pace» si è spinto dalla parte di Israele come nessun presidente lo aveva mai fatto. All’inizio sembrava che l’appoggio determinante della lobby andasse per McCain, poi le cose sono cambiate. Bisogna ricordare che il vice di Obama, Joe Biden, appena scelto, si è dichiarato “un ardente sionista” e non mi sorprenderebbe se non sia stato imposto a Obama proprio dalla Lobby. Poi Obama è riuscito a dare garanzie sicure e i favori (e i denari) della lobby sono affluiti dalla sua parte. Un colpo formidabile per i sionisti. Adesso la lobby avrà una politica pro israele e pro lobby portata avanti da un presidente popolare e non da una controfigura di Bush. I politici occidentali potranno fare anche loro una politica pro israeliana e pro americana (che è lo stesso) senza troppo scontrarsi con l’opinione pubblica. Il movimento pacifista è completamente spiazzato. Certo molto presto Obama distruggerà la sua immagine di uomo nuovo, diventando come la Rice o Powell, il nero di turno che serve gli interessi della lobby; ma alla lobby questo cosa importa, dal momento che ottiene ciò che vuole? In realtà l’immagine di Obama è già intaccata. La scelta della Clinton agli esteri, la scelta di Rahm Emanuel (il cui padre ha dichiarato di odiare gli arabi e di essere sicuro che il figlio agirà a favore di Israele) sono solo i primi segni. Un’altra cosa è riuscita ad ottenere la lobby. Dopo lo strapotere che Bush aveva accordato ad un’altra ala della lobby, agli screditati neocons (quasi tutti ebrei), gli strateghi sionisti hanno pensato di far fare la stessa politica di costoro a dei non-ebrei, ma di sicura fede sionista. Così dopo Biden, ecco ricomparire la Clinton (con la quale Obama all’inizio si era scontrato sulla politica estera e oggi gliel’affida). Hillary è un’altra sionista e si porta al Dipartimento di Stato la squadra ebraica del marito: La Madeleine Albright, Holbrooke, Dennis Ross, ecc. Stessa politica dei neocons ebraici ma portata avanti ufficialmente da non-ebrei. I sionisti non-ebrei sono per fortuna pochi ma sono i peggiori traditori del loro paese e mandano a morire giovani americani in guerre per rafforzare Israele, come è successo in Iraq.
Anche noi europei abbiamo la nostra lobby sionista comunque. Non ci facciamo illusioni.

CANZANO  5– Anche in Europa c’è la lobby sionista?

Manno – La lobby sionista si trova ovunque nel mondo dove ci sono sionisti. Se quest’ultimi fossero tutti in Israele le cose sarebbero più semplici ma c’è la Diaspora e tra gli ebrei della Diaspora ci sono molti sionisti.  Già era nel programma del primo Congresso Sionista (1897) che i sionisti della Diaspora dovessero compiere i passi necessari “per ottenere dai diversi governi il consenso necessario alla realizzazione degli scopi del sionismo”. Ed è quello che essi sono riusciti a fare. Oggi, dopo la nascita di Israele, la lobby sionista americana e le varie lobby nazionali servono sempre gli “scopi del sionismo”, che però sono diversi rispetto a quando bisognava fondare lo stato ebraico. Dopo 60 dalla sua fondazione, Israele non ha fondamenti sicuri. La sua esistenza come “stato ebraico” è messa in discussione ed esso si mantiene solo con la forza. Essendo uno stato etnico che occupa terre altrui e opprime i palestinesi, senza rispettare la legalità internazionale, esso sa bene che è uno stato illegittimo. La lobby ha il compito di “legittimarlo” almeno in Occidente. L’Europa, almeno formalmente, si è impegnata in Medio Oriente con una posizione di equilibrio tra arabi e israeliani. Abbiamo grandi interessi nel mondo arabo. Nel 2004 ci sono stati i primi cambiamenti. Il Consiglio dell’UE approvò il “Piano d’Azione UE-Israele” e nonostante la pagella sconvolgente di Israele nel campo dei diritti umani, il Piano dichiarava che “L’UE e Israele condividono gli stessi valori di democrazia, rispetto di diritti umani e sovranità della legge e delle libertà fondamentali”. Il che non è assolutamente vero e sono pronto a dimostrarlo. Comunque il Piano fa anche peggio: dà la possibilità a Israele di “prendere parte in aspetti determinanti delle politiche dell’UE”. Diventeremo una colonia sionista. 
 “Dal 2006 la posizione dell’Europa cambiò  ulteriormente. Prima ci fu un ammorbidimento delle critiche a Israele. Ciò avvenne su pressione di uno speciale “Comitato Ebraico Americano per L’Europa”. In esso vi è L’Aipac, l’ADL (lega antidiffamazione), l’American Jewish Congress, che si è distinto in modo particolare. A rispondere positivamente da parte dell’UE fu prima Prodi, poi la Ferrero-Waldner, infine Barroso. Prima del 2000 l’UE pretendeva che Israele ripagasse i danni alle infrastrutture costruite nei territori occupati coi denari europei, dopo, la Ferrero-Waldner e Barroso non pretendono più niente. Oggi esiste nel parlamento Europeo una struttura di circa 200 parlamentari “Amici Europei di Israele” che lavora per Tel Aviv. Questo sforzo è sostenuto da uomini d’affari ebrei di tutto il continente nonché da ebrei eletti nei vari parlamenti, come, in Italia, la Fiamma Nierenstein e l’avvocato Alessandro Ruben. Infine, con la presidenza UE alla Francia dell’ebreo sionista (lo ha dichiarato lui) Nicolas Sarkozy e la costituzione dell’Unione Mediterranea, il sionismo è ormai molto vicino ad ottenere l’accettazione e la legittimazione di Israele nel mondo arabo, tramite l’Europa. Attenzione, questa non è una politica di pace, come dicono i governanti europei. Se la legittimazione araba si realizzerà, Israele avrà mano libera per una politica militare, contro l’Iran, contro Hezbollah e i palestinesi, con il beneplacido dei paesi arabi. In questo quadro lo stato palestinese sarà una serie di piccoli bantustans completamente circondati, come Gaza. Solo la crisi economica dell’Occidente può fermare il conflitto. Se la crisi economica farà saltare il potere traballante dei governanti arabi corrotti, assisteremo ad una ripresa del terrorismo, delle rivolte, delle rivoluzioni dei popoli arabi frustrati.

CANZANO 6- Israele non è uno stato democratico? 

MANNO – No. Non lo è. È uno stato etnocratico. Uno stato per soli ebrei. La democrazia nello stato ebraico vale solo per gli ebrei. Per i non-ebrei è una farsa. Immaginiamo per un attimo che in un paese multietnico in cui vi è un’amministrazione coloniale, un partito che rappresenta una particolare etnia ha in programma, dopo la fine del colonialismo, di costituire uno stato democratico su tutto il paese ma cacciando le altre etnie. Possiamo dire che il programma di questo partito è democratico? Per me è un programma razzista basato sulla pulizia etnica. Adesso immaginiamo che, finita la fase del colonialismo, a questo partito venga concesso di costituire il suo stato ma solo su una parte del territorio del paese e a condizione che anche su quel territorio non ci siano espulsioni etniche. Succede invece che lo stato viene fondato subito dopo l’espulsione della maggioranza degli abitanti da parte della minoranza, secondo il suo programma razzista iniziale. È uno stato democratico ma la democrazia doveva coinvolgere tutta la popolazione e non solo la minoranza che ha effettuato la pulizia etnica. Adesso succede che le istituzioni che rappresentano la legalità internazionale (per esempio l’ONU) chiedano a questo stato etnico di reintegrare gli espulsi e accordare loro pari diritti democratici. In risposta questo stato “democratico” (per la sola etnia che esso rappresenta) si rifiuta di farlo, anzi persevera nel suo programma iniziale di volere conquistare tutto il territorio del paese e di colonizzarlo con gente della sua etnia fatta affluire da altri paesi. Questa nuova espansione e questa nuova pulizia etnica non avvengono in modo fortuito ma sono sancite nei documenti fondanti dello stato “democratico”. Per esempio in essi vi si stabilisce che tutto il territorio del paese appartiene a tutti coloro che appartengono all’etnia giusta ovunque essi si trovino (e magari da migliaia di anni) e non appartenga invece agli espulsi che vi vivevano prima della fondazione dello stato etnico. È ancora uno stato democratico?
Non basta. Immaginiamo che in questo stato etnico è sopravvissuta una piccola minoranza dell’etnia sbagliata. Una minoranza in crescita demografica che costituisce circa un quarto della popolazione totale. Queste persone vengono trattate come cittadini di secondo grado, nelle attività economiche, nei tribunali, nella vita quotidiana, ecc., dove devono subire mille discriminazioni. La discriminazione più grave riguarda il possesso della terra. Lo stato si è assicurato, con un’altra legge fondante della “democrazia” etnica, che il 93% della terra del paese resti nelle mani dell’etnia giusta. La vendita di proprietà terriere (e immobiliari costruite su di esse) deve avvenire solo tra persone di questa etnia. È però possibile acquistare nuove terre di quel 7% rimasto all’etnia minoritaria, in modo da espander le proprietà dell’etnia giusta. È ancora uno stato democratico? 
Di fronte a queste discriminazioni lo stato etnico concede un limitato diritto di voto e un limitato diritto di critica alla minoranza discriminata. Bastano questi diritti politici di fronte alle mille discriminazioni a far sì che lo stato sia democratico?
Già sento i difensori di Israele, perché è di lui che stiamo parlando, insorgere e protestare contro la mia ultima affermazione sui limitati diritti politici della minoranza palestinese. Invece è proprio così. Si pensi, per esempio al fatto che in Israele è proibito mettere in discussione il carattere ebraico dello stato. È proibito fondare partiti che hanno come programma uno stato diverso, non etnico, ma di tutti i  cittadini. È proibito lottare per l’applicazione della risoluzione 194 dell’ONU che sancisce il diritto al ritorno dei palestinesi espulsi. È proibito lottare per abolire la legge fondante dello stato che dice che la Palestina appartiene a tutti gli ebrei del mondo e che in qualunque momento uno di essi può andare in Palestina a occupare una proprietà che l’esercito dello stato ebraico avrà provveduto a togliere a qualche palestinese dei territori occupati. È ancora uno stato democratico?
Rovesciamo la situazione: immaginiamo per un attimo che lo stato italiano si proclami stato “cattolico” e stabilisca che i cittadini italiani ebrei, o protestanti o altri ancora non appartengano a questo stato, li discrimini direttamente, proibisca loro di acquistare terre o proprietà immobiliari da cittadini cattolici. D’altra parte stabilisca che i cittadini cattolici (qualsiasi cosa ciò possa oggi significare) non possano vendere proprietà a ebrei, protestanti, ecc, in modo che la terra d’Italia si concentri sempre più in mani cattoliche. Ai non cattolici viene lasciato il diritto di voto ma in modo tale che esso non pregiudichi il carattere “cattolico” dello stato. L’Italia potrebbe ancora chiamarsi stato democratico? E ricordo ai difensori di Israele che gli ebrei in Italia non sono un quarto della popolazione come i palestinesi in Israele. Ricordo loro anche che andando avanti nel modo in cui si sta andando avanti c’è il rischio che oltre che uno stato etnocratico Israele, diventi anche  uno stato teocratico, visto il peso crescente dei religiosi nella politica israeliana. 

CANZANO 7- Rispetto a quanto abbiamo detto in quest’intervista, quale sarebbe la tua spiegazione del furibondo attacco israeliano contro Gaza?

MANNO – Se guardiamo a quello che sta accadendo adesso a Gaza nel quadro storico che in qualche modo abbiamo tracciato in questa intervista dobbiamo concludere che si tratta di un ulteriore passo in avanti della pulizia etnica dei palestinesi. Se Israele avesse voluto un compromesso con i palestinesi su uno stato palestinese, ebbene le occasioni non sono mancate.
I sostenitori di Israele sostengono che furono i palestinesi a non accettare la divisione della Palestina nel 1948. Ma chi l’avrebbe accettata? Quale nazione avrebbe accettato la divisione del proprio territorio imposta dall’alto fosse anche dall’ONU, (che allora, ricordiamolo, era costituito da un quarto degli stati attuali ed era sotto il controllo di USA e Unione Sovietica). Se poi l’ONU avesse imposto anche l’applicazione della risoluzione 194 che chiedeva a Israele di permettere ai palestinesi cacciati con la forza di poter tornare, allora le cose sarebbero andate molto diversamente. Ma Israele rifiutò la risoluzione, sicuro dell’appoggio USA, il quale era già sotto l’influenza della Lobby sionista americana. Fece molto di più, assassinò il mediatore ONU Folke Bernadotte che stava elaborando una nuova politica. Israele voleva uno stato etnicamente puro e niente altro. Questo è il sionismo. Dopo la guerra del 1967, Israele non accettò neanche la risoluzione 242 che imponeva il ritiro israeliano dai territori occupati. Anzi, contro ogni legge internazionale, cominciò a colonizzarli. Israele non accettò nessun compromesso durante le trattative di Oslo e continuò ancora la colonizzazione. Nel 2002 gli stati arabi offrirono il riconoscimento di Israele e la pace in cambio del ritiro di Israele entro i confini del 1967, ma Israele rifiutò, iniziò la costruzione del muro che ingloba vasti territori occupati dai quali la popolazione palestinese viene lentamente espulsa, e continua sempre con la costruzioni di colonie e con il soffocamento dei palestinesi di Gerusalemme Est. 
Quando nel 2006, Hamas vinse le elezioni democratiche e formò un suo governo su tutti i palestinesi di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, Israele non lo riconobbe e assieme agli USA e con la complicità dell’UE, iniziò una politica di divisione dei palestinesi. A questa politica si prestò il corrotto Abu Mazen. Per salvaguardare l’unità, Hamas accettò un compromesso con lui e con quella parte di Fatah che lo sostiene; formò con lui, un governo di unità nazionale. Istigato da USA e da Israele, Abu Mazen, convinto anche che il nuovo governo era nato per la debolezza di Hamas, organizzò un complotto a Gaza per evincere il potere militare del partito rivale. Ma fallì e furono i seguaci di Abu Mazen ad essere cacciati da Gaza. Allora, Abu Mazen sciolse il governo formandone uno con i suoi fedelissimi e lasciò che Israele arrestasse ministri, deputati, dirigenti di Hamas in tutta la Cisgiordania. Si impegnò in trattative per un accordo di Pace con Israele (Annapolis). Queste ovviamente non hanno portato a niente, perché Israele non cede su niente e vuole gente come Abu Mazen che si presta alla finzione eterna delle trattative e intanto avanza con la colonizzazione e la pulizia etnica. Per Israele quindi adesso è essenziale eliminare Hamas, uccidendone o arrestandone tutti i dirigenti. Questo è il senso dell’attacco criminale contro Gaza. Conquistarla e darla a Abu Mazen con il quale continuare la finzione delle trattative. Se Hamas resiste ed Israele è costretto a cessare l’attacco e ritirarsi, sarà Abu Mazen il primo sconfitto, ma fallirà tutta la strategia di Israele e degli americani. 

AUTOBIOGRAFIA

Provengo da una famiglia proletaria ed essendo stato mio padre emigrante all'estero, sono nato in una regione mineraria del Nord Europa. Vivo a Napoli.
Ho 57 anni. Ho compiuto studi liceali classici all'estero e poi, rientrato in Italia, ho frequentato l'Università Orientale di Napoli dove mi sono laureato in lingue dell'Europa occidentale (germanistica). Parlo varie lingue e ho una lunga esperienza come traduttore. Riscrittomi all'Università dopo la prima laurea, ho fatto studi storici che però non ho completato. Non ho comunque mai smesso di approfondire questioni di storia e geopolitica. Il mio interesse è soprattutto rivolto al Medio Oriente, al conflitto Israele-Palestina, all’islamismo politico e al sionismo. Studio anche l’influenza del sionismo sulla politica statunitense. Tra le mie pubblicazioni, segnalo /La natura del sionismo/, uno studio sulle convergenze storiche ed ideologiche tra sionisti da una parte e antisemiti e nazisti dall’altra. Un argomento che i sostenitori di Israele tengono accuratamente nascosto. Rivendico con fierezza di essere l’autore della /Lettera aperta al Presidente Napolitano/, scritta quando egli, avventatamente, ha accomunato antisionismo e antisemitismo. Ho fatto parte del gruppo di docenti del Master "Enrico Mattei" per il Medio Oriente dell'Università di Teramo ed ho partecipato, con un mio intervento sulla lobby sionista in America, 
alla Conferenza sul Medio Oriente (17-19 aprile 2007) che tante polemiche ha scatenato. Sono membro fondatore dell'Istituto Enrico Mattei di alti studi sul Medio Oriente (IEMASMO), con sede a Roma, un Istituto di ricerca privato che opera con spirito di amicizia con tutti i popoli della regione ma sempre in piena autonomia da qualsiasi influenza di stati o governi.

FLORA RUCCO - ERMELINDA PONTICIELLO

Flussi meridiani e risveglio

Giovanna Canzano
intervista
Flora Rucco - Ermelinda Ponticiello
07/06/2010

…“E’ Plotino, che rifacendosi alle concezioni Platoniche afferma che “l’anima” è inafferrabile ma ciò che conta è l’esercizio per farla venire in superfice.
Lo scopo è quello di raggiungere la consapevolezza di sé stessi, della propria spiritualità; che è in noi stessi e che si riflette nel Cosmo (mente dei).
Nelle Enneadi, Plotino, cerca di far “risalire” il Divino che è in noi e ciò che di divino è nell’Universo…” (Flora Rucco)

“…abbiamo riscontrato che le nostre opere parlano chiaramente a chi vuol ascoltare. 
La nostra energia primordiale, l’Acqua Viva è emersa in tutta la sua potenza, 
come energia pura…il colore come espressione profonda del nostro essere più puro e consapevole della verità…” (Ermelinda Polticiello)

Canzano 1-  Le angosce esistenziali del vissuto e della condizione femminile e le aspirazioni libertarie, di consapevolezza e di autenticità, sono espresse nelle poesie del vostro libro: “Flussi Meridiani-Risveglio”

Rucco- L’alta risonanza data all’amore, che pervade le poesie e le immagini del libro, sono la prima espressione di femminilità; come pure la proclamazione della ricerca di un amore libero e puro che risuona in ogni nota, denotano le istanze femminili, libertarie, di consapevolezza e verità assoluta.

Canzano 2- L’animo femminile è continuamente  “in catene, scegliendo da sempre l’amore, incomprese, umiliate ed arrese, lacerate nel cuore e nel ventre”.

Rucco – Siamo completamente d’accordo con la prof.ssa Veronese che ha ben compreso l’animo femminile espresso nelle nostre opere: “Queste liriche e queste immagini esprimono il misterioso e ineffabile “universo femminile” troppo spesso incompreso, asservito, ridotto al silenzio. Eloquente è l’illustrazione di pag.15: una donna, raccolta su se stessa; ma..senza bocca. Entrambe le autrici sono consapevoli del faticoso, imperscrutabile, irto percorso dell’esistenza, della “fatica di vivere” citando il poeta Pavese.

Ponticiello- Devo chiarire una cosa importante, la prof.ssa Veronese, non mi conosce personalmente, …mi ha incontrata soltanto attraverso le immagini…, e devo riconoscere che ella ha ben interpretato e definito il nostro libro come … “una sonata a quattro mani per pianoforte … due amiche che per affinità naturali, comunione d’intenti e sinergica cooperazione, navigano la vita, sulla stessa lunghezza d’onda” . E inoltre: “… Le opere di entrambe … emanano emozioni ed intensità espressiva della stessa forza energetica, nonché richiamano le stesse chiavi interpretative, a volte delicate e soffici, altre volte enigmatiche e dubbiose, a volte dirompenti e spesso dissolventi nel “silenzio soffuso della meditazione”.
La prof.ssa ha descritto la nostra opera come si descrive un’opera d’arte, con una tale enfasi ed emozione, che posso sicuramente affermare che la nostra opera ha sortito l’effetto desiderato…. perché è riuscita a toccare l’animo umano e a farlo vibrare. Sicuramente è una persona sensibile ed elevata spiritualmente e sono pienamente entusiasta di ciò, che la ringrazio vivamente. 

Canzano 3- In “Suio” è citato Plotino  “Suio nei sogni di Plotino, che ne morì”… “Ma i sogni di Plotino, sopravvissero, nelle libere menti” e sempre nella stessa poesia è citata la frase delfica “conscendes celum si te cognoveris ipsum” “conoscendo il cielo dentro di te, conosci te stesso” perché è appunto nella ricerca della propria spiritualità che è in se stessi (Plotino in occidente,l’Hatman in oriente) si può conoscere se stessi.

Rucco – E’ appunto Plotino, che rifacendosi alle concezioni Platoniche afferma che “l’anima” è inafferrabile ma ciò che conta è l’esercizio per farla venire in superfice.
Lo scopo è quello di raggiungere la consapevolezza di sé stessi, della propria spiritualità; che è in noi stessi e che si riflette nel Cosmo (mente dei).
Nelle Enneadi, Plotino, cerca di far “risalire” il Divino che è in noi e ciò che di divino è nell’Universo.

Canzano 4- Nel vostro libro “ Flussi Meridiani- Risveglio” rendete omaggio a quella energia creatrice  ispiratrice chiamata in oriente Kundalini.

Ponticiello - Nel nostro libro rendiamo omaggio all’energia creatrice ed ispiratrice che in Oriente è chiamata Kundalini, ma che era conosciuta anche nella tradizione occidentale dagli gnostici e dai templari come “Acqua viva”.
Essa risiede addormentata nell’osso sacro di ogni essere umano, in attesa di essere “risvegliata” consentendo così all’uomo di ottenere la realizzazione di Sé. 

Rucco - Tutto ciò è in sintonia anche con le concezioni di Plotino. 

Canzano 5- In che modo vi  rivolgete  alla stessa fonte ispiratrice, consapevole della spinta spirituale esercitata dall’arte; l’uomo immergendosi nell’arte (catabasi) ritorna al mondo elevato, purificato, arricchito (amabasi).

Rucco – L’artista, che sia poeta, pittore, musicista o altro non può che rivolgersi, in modo consapevole o inconsapevole alla stessa fonte ispiratrice, esprimendo la propria creatività, compie egli stesso un atto di “creazione”. 
L’arte diventa catartica e purificatrice, esprime la conoscenza, l’intuizione, la sintesi.  Eleva l’uomo spiritualmente, lo emancipa dalla condizione di essere prigioniero dei bisogni primari.

Canzano 6- Le rime delle poesie sono o più limpide e musicali, o avviluppate ed ermetiche, la ricerca e la consapevolezza di un pensiero “meditante” che attraverso l’esperienza dello Yoga si eleva in senso trascendentale, al respiro dello spirito onnipervadente.

Rucco – L’esperienza dello yoga, appunto, che accomuna la nostra esperienza, esprime la necessità che è in noi di sperimentare un percorso continuo di consapevolezza. Vi è la necessità di decelerare il tempo, esercitare un “pensiero meditante” per liberarsi dai pensieri condizionanti e a volte contaminati di una società artefatta, non più autentica.   

Ponticiello - La prima rivoluzione parte da noi stessi, se vogliamo cambiare quello che non ci piace nel mondo dobbiamo innanzitutto fare un’analisi interiore, e operare il cambiamento su noi stessi. Se ognuno operasse in questo modo molte cose cambierebbero!!! Noi siamo arrivate insieme al percorso dello Yoga, che fondamentalmente significa “Unione”, dobbiamo unire quello che da sempre risulta separato dal tutto, e far emergere l’essere collettivo che è in noi.

Canzano 7- Il filosofo Giuseppe Limone parlando del libro “Flussi Meridiani-Risveglio” nota che le poesie e le opere  esprimono intenzionalmente e non,  gli elementi: acqua, terra, aria, fuoco, sia in senso occidentale che in senso orientale, sintetizzando ed evolvendo in “energia”. E comunque riscontra che sia nelle poesie che nelle opere predomina l’elemento acqua che si innalza ad energia vibrante. L’uso dei colori nelle opere di Ermelinda è assolutamente denso di toni vividi, è allo stesso tempo delicato ed energico; alla  ricerca di una sintesi, come a scardinare quello che vi è di più puro ed essenziale nella forma espressiva.

Rucco – Il filosofo Limone, ha notato giustamente che le poesie e  le opere sono chiare espressioni degli elementi  Acqua, Aria, Fuoco, Terra, sia in senso occidentale che in senso orientale, che sintetizzano e si evolvono in “energia”, dove l’elemento Acqua è la predominante che si innalza ad energia vibrante.

Ponticiello - Abbiamo riscontrato che le nostre opere parlano chiaramente a chi vuol ascoltare. La nostra energia primordiale, l’Acqua Viva è emersa in tutta la sua potenza, come energia pura…il colore come espressione profonda del nostro essere più puro e consapevole della verità.

Canzano 8- Ancora citando il filosofo G.Limone, “La vera arte  si “partorisce”.  Come ad affermare che può essere solo un atto che viene alla luce con la sofferenza, perché quando è giunto il momento creativo, questo deve aver luogo naturalmente, proprio come il bambino che non può fare a meno di essere partorito al momento della nascita.
La poesia, l’arte , la filosofia,  ci riporta al discorso originario, quello di ricercare  ‘il senso del senso’.
L’uomo è il testimone, che lascia traccia di sé e cerca tracce, attraverso il discorso poetico, che non ha mercato, non rientra nella speculazione di mercato, acquista ricchezza assoluta interiore poiché l’uomo ritrova se stesso, la propria origine e il senso della propria esistenza. Vi riconoscete in questa osservazione?

Rucco – La poesia contemporanea non è costruita da rime, versi ma si esprime in musicalità, densità di messaggi, armonia.
La vena poetica, appartiene a una fonte interiore che per emergere ha bisogno di pace, consapevolezza, pathos, empatia, insomma di  uno stato creativo, 
Riconoscibile come momento poetico da fermare subito, prima che le parole possano sfuggire.
Bisogna cogliere l’attimo fuggente, immortalarlo, perché è giunto il momento di essere espresso, e come dice il filosofo Limone, è giunto il momento in cui non si può fare a meno di “partorire”.
In questo modo, l’artista cerca e lascia traccia di sé ma l’opera del poeta lascia tracce spirituali, non quantificabili, non mercificabili e infatti, non c’è nessun ambito di diffusione o di dibattito sulla poesia, non interessa ai media, non fa notizia. 

Ponticiello – La vera opera d’arte, diceva Kandinskij, nasce dall’artista in modo misterioso enigmatico, mistico. Staccandosi da lui assume una sua personalità, e diviene un soggetto indipendente, con un suo respiro spirituale e una sua vita concreta” … ha una sola guida infallibile, il “principio della necessità interiore”… essa è una forza che ha un fine e deve servire allo sviluppo e all’affinamento dell’anima.

Canzano 9- . Anche Nicola Terracciano che ha scritto la presentazione al libro esprime un suo pensiero : “Entrambe le opere esprimono la stessa intensità espressiva, chiavi interpretative, pudore di rivelazione, mistero, lampeggiamenti solari e notturni, compiutezza e silenzio”. 

Ponticiello–  Concordo pienamente con il prof. Terracciano che  la tristezza, il dubbio, l’esperienza della faticosità del vivere,  sono espresse e riscattate con la stessa  intensità espressiva, dalle fondamentali esperienze della natura solare e notturna, dalla maternità al mito. 
L’arte è un “lasciare tracce” di sé, come ha ben spiegato il prof. Franco Lista alla 1° presentazione del libro, lasciare tracce di testimonianza della propria presenza nel mondo presente e futuro, ma non in senso speculativo del termine, ma nel senso di lasciare quanto di più puro e interiore possiamo donare agli altri.

Canzano 10- Cosa esprime il linguaggio poetico nella società contemporanea?

Rucco- Il linguaggio poetico, a mio avviso, si contrappone alla realtà contaminata, alla banalità e falsità. La parola poetica diventa vibrante, pura,  acquista il senso di parola autentica, originaria, a volte profetica. Diventa catartica ed esploratrice dell’inconscio e della sensibilità umana che riflette sui valori dell’uomo e sulla conoscenza dell’io profondo.
Vi sono immagini molto significative nei versi di “Flussi meridiani” parlando del fiore che “erso, sopra grovigli di macerie, per inseguire “la luce”infinita……Sicuro e fragile, unico e puro, puntino colorato nel cielo finito”. 
In questo caso è il fiore stesso che assume un ruolo “rivoluzionario” “radicale”.
Simile espressione è usata dal filosofo Giuseppe Limone alla presentazione del libro “Flussi meridiani-Risveglio” il 27.2.10 alla libreria delle Donne “Evaluna”di Napoli:
“la poesia è come il filo d’erba che spacca il cemento”.
“Sia la poesia che la pittura sia ogni forma d’arte è opera poietica e la poietica artistica non è semplicemente un “fare” ma è un “fare” che ritorna a sé, cioè, un fare intransitivo. Essa, a un ulteriore livello “fa”chi guarda; nel senso che lo lavora, lo trasforma, lo muta.

Canzano 11- In che senso la poiesis artistica lavora chi guarda?

Rucco -  Non semplicemente esprimendo le proprie emozioni ma nominando le emozioni di chi le vede.(G.Limone)

Canzano 12- Che cosa la poiesis d’arte fa e, facendo, fa fare?

Rucco -  Essa libera energia. Proietta sull’altro figure per ricordare ciò che, emergendo dal proprio fondo, dà luce.(G.Limone)

Canzano 13- Cosa vuol dire al giorno d’oggi creare opere artistiche?

Ponticello -  Essere creativi vuol dire dare alle cose il valore che meritano. 
La poesia non è altro che pura creatività espressa con parole, ritmi, suoni…..;
le opere pittoriche, non sono altro che creatività espressa con linee, forme, colori……e la creatività non è altro che “Investire la realtà della sua bellezza”! 
 Se tutto è sacro, bisogna restituire alla terra il suo significato… ci siamo mai chiesti se abbiamo restituito alla terra ciò che ci ha donato? Abbiamo mai reso la terra un po’ più bella di come l’abbiamo trovata?.. Questo fa parte dell’essere creativi, restituendo alla nostra madre natura ciò che le spetta non abbiamo fatto altro che ringraziarla con un atto d’amore.

Canzano 14- Qual è il significato dell’opera Risveglio?

Ponticiello -  Le poesie di Flora e i miei quadri si completano a vicenda, non sono altro che canti che si fondono all’unisono.
Risveglio per me è un sogno, Risveglio è la speranza che l’uomo riesca un giorno a Ri-svegliarsi dal grande sonno, il sonno che ci tiene assopiti e non ci lascia vedere la  vera natura delle cose. Risveglio è il ritorno ad una condizione di consapevolezza e di maggiore sensibilità.  Aprire gli occhi e vedere un mondo nuovo, ascoltare l’essenza interiore, l’energia assopita dentro di noi, risvegliare questa sensibilità e sentire di appartenere ad un unico, totale organismo universale.
Sono pienamente convinta che ogni nostra azione finalizzata al bene della collettività è un piccolo contributo che possiamo lasciare ai nostri figli e alle generazioni future, in questo modo “Risveglio” diventa la speranza che l’uomo riesca un giorno a riflettere su se stesso, e possa finalmente realizzare la più intima essenza e finalizzare ogni sua azione al bene, al giusto e al bello!!!

BIOGRAFIA  

Rucco Flora - Insegnante di scuola d’infanzia,ha conseguito la Maturità artistica e si è laureata in “Conservazione dei Beni Culturali”presso l’università Suor Orsola Benincasa di Napoli nel 2000/2001.
Specializzata in “Museologia di Genere e Storia delle donne”,si occupa di temi e ricerche storico-archeologiche di genere.
Segretaria dell’Associazione “Calmana- Museo delle donne nell’area mediterranea”.
Ha pubblicato la raccolta di poesie “Ecos”, nel 1989, a cura della Casa Editrice Ripostes-Salerno-Roma.
Nel 1989 ha partecipato alla raccolta di poesie “Giovani poeti ed artisti di Aversa”,5^ edizione,con premio di partecipazione.
Sue liriche sono state pubblicate nell’antologia “Poesia Contemporanea”- Voci testimonianze e figure  - Edizioni Istituto Anselmi – Marigliano (Napoli),1990;nell’almanacco Antologico Culturale dell’Associazione “Fulvio Nuvolone”di Caserta,anno 1996.
Premio di poesia “Elisabetta Busiello”anno 1998.
Ha pubblicato il libro di poesie “Flussi Meridiani-Risveglio”a cura della casa editrice“L’Aperia” di Caserta,anno 2009. http://www.facebook.com/floralife
           
Ermelinda Ponticiello - Docente di Arte e Immagine nella scuola Secondaria di 1° grado. Dopo aver conseguito la maturità d’arte nella sez. Ceramica nella città di Isernia, si è  laureata in Sociologia presso l’Università Federico II di Napoli. Ha conseguito il Biennio Specialistico in Arti visive e discipline della spettacolo nella sezione   “Scultura” presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli. Specializzata nella lavorazione Ceramica , organizza Corsi  di Ceramica per Adulti e ragazzi .
-Ha pubblicato nel 1997 le illustrazioni del libro “Bolle di parole” di Orlando Limone, (pedagogista e insegnante di scuola materna) Edizione RIPOSTES, Salerno-Roma, da cui è stato scelto il disegno per la copertina del 1° premio di narrativa “Città di Cimitile 2000”; 
-Ha  pubblicato le sue opere in “Flussi Meridiani - Risveglio” un libro di poesie e di immagini con la poetessa Flora Rucco, ed.L’APERIA di Caserta, sett. 2009;
Ha partecipato a diverse manifestazioni artistiche, riportando riconoscimenti e premi, tra le quali:
 - 1° edizione Concorso di Pittura, Grafica e Fotografia “Melting Pot”, Napoli ,1996;
- Mostra Nazionale di Scultura Contemporanea, città di Atripalda, Avellino, 1996;
- Mostra di Pittura, scultura e Grafica, presso l’Associazione culturale “Spazio Arte” via Costantinopoli, Napoli, 1999;– Mostra di Artigianato “Regalando”organizzata da Proteus alla Mostra d’Oltremare Napoli 2004;– Rassegna d’Arte Contemporanea “La Riggiola” con esposizione permanente nella Circunvesuviana - Napoli 2006;– Partecipazione a “Segni e Sogni”, esposizione al Museo Mao Mangieri di Amalfi e all’Hotel Villa Parsifal di Ravello , giugno-luglio 2009;- Mostra d’arte  Accademia della Bussola “Vie di fuga” al Castel dell’Ovo, Napoli. nov. – dic. 2009- Rassegna d’arte alla Libreria Guida di Port’alba  “ Il muro di Berlino” con pubblicazione catalogo- calendario, Gennaio 2010;- Rassegna d’arte “ I Clandestini del mare” libreria Guida port’Alba Napoli febb- marzo 2010.
- “. E mi dipinse un volto in mezzo al core…” Mostra in omaggio a J.Sannazaro , chiesa S. Maria del Parto in Mergellina, Napoli – giugno 2010.
lindaponticiello@libero.it - http://www.facebook.com/ermelindaponticiello http://www.flickr.com/photos/ermelindaponticiello/show/with/4622313255/
http://elindap.altervista.org/



Giovanna Canzano - © - 2010

Un piccone nel muro dell'oblio

Un piccone nel muro dell'oblio

di Giovanna Canzano

13/10/2010

Giovanni Luigi Manco, scrittore dallo stile incisivo e avvincente ci guida con la sua ultima opera, La Reggenza del Carnaro, nella ricostruzione della breve ma intensa vicenda storica che nella prima metà del secolo scorso, a ridosso dell'esperienza sovietica, ha visto il più grande poeta italiano, Gabriele D'Annunzio, e i leader dell'estrema sinistra italiana, Alceste De Ambris ed Errico Malatesta, con l'appoggio esterno ma solidale di Antonio Gramsci, impegnati a creare, sulle sponde orientali dell'adriatico, un nucleo di avanguardia rivoluzionaria volto a promuovere l'emancipazione del proletariato e la liberazione dei popoli oppressi.

La Reggenza è il primo a riconoscere l'Unione Sovietica, che a sua volta riconosce ufficialmente la “libera Repubblica di Fiume” o “Libero Stato di Fiume”.

La Costituzione, redatta da Alceste De Ambris, contempla la democrazia diretta sulla base dei postulati del sindacalismo rivoluzionario, attraverso istituti di partecipazione popolare che si immaginava informassero pure la Russia dei Soviet. Alcuni organi collegiali militari del governo richiamavano comunque, a tutti gli effetti, quelli dei soviet: gli ufficiali di qualsiasi ordine e grado avevano pari peso nelle decisioni. Una democrazia diretta, diametralmente opposta a quella formale, indiretta, speculare all'esercizio del potere borghese, il cui massimo organo, il parlamento dei rappresentanti con delega in bianco, è definito da D'Annunzio “luogo malfamato da diroccare”.

Riconosce “la sovranità di tutti i cittadini senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe, di religione”, afferma l'uguaglianza dei sessi, introduce il divorzio, contempla il diritto al voto e al lavoro per la donna, il suo affrancamento dall'autorità “maritale”.

Garantisce e tutela la libertà di associazione, riunione e stampa.

Assicura ai lavoratori il diritto al minimo salariale, alla pensione, e stabilisce che “nessuna proprietà può essere riservata alla persona quasi fosse una sua parte. (...) Unico titolo legittimo su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio è il lavoro.”

La Costituzione di De Ambris e le parole di Malatesta sono, per la base proletaria, micce: “Resteremo sempre nemici di qualsiasi governo, sia quello monarchico di oggi sia quello repubblicano o bolscevico di domani.” (Frammenti di Novecento, Errico Malatesta anarchico per antonomasia – il manifesto, 3 gennaio 2007)

Il binomio arte-vita si combina con l'azione politica e l'immaginazione diventa l'arma di una “controsocietà” sperimentale, con idee e valori del tutto nuovi: trasgressione della norma, antiproibizionismo, liberazione sessuale, naturismo, ecc.

A Randolfo Vella, giornalista di “Umanità Nova”, il primo a giungere a Fiume, D'Annunzio confida: “...sono per il comunismo senza dittatura (...) E' mia intenzione fare di questa città un'isola spirituale dalla quale possa irradiare un'azione eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse.“

Scorrendo le pagine di Giovanni Luigi Manco l'impresa fiumana si chiarisce molto più che l'episodio isolato, descritto in poche righe dai libri scolastici, appare tutt'altro l'evento più febbrile, glorioso, gioioso, dionisiacamente fulgido del novecento italiano. La valenza rivoluzionaria della Reggenza, l'essere stata lo specchio della contestuale complessità del primo dopoguerra, del suo bisogno di cambiamento, del sentire e delle aspirazioni di tutto un popolo, ha fatto si che tutta la società italiana ne sia stata segnata fino ai nostri giorni.

Il fascismo, nato come movimento nazionale di sinistra, legato anch'esso a doppio filo con il sindacalismo rivoluzionario, ha tenuto a proclamarsi suo erede, ad adottare apertamente i suoi riti, i suoi simboli, rimanendo però distante dai suoi contenuti, anche perché muoveva i suoi passi in una realtà, quella italiana, tradizionalmente retriva.

Circostanza per cui mentre alcuni legionari solidarizzarono con il fascismo, altri, i più idealisti, intransigenti, costituirono la prima, la più grande, organizzazione antifascista “Gli Arditi del Popolo”, attiva nei primi anni del fascismo e nella sua fase finale.

La fine del fascismo segna però, per molti aspetti, uno stravolgimento delle attese nel dopoguerra, pilotato dal partito di maggioranza relativa, ipocritamente moralista e papalino, reazionario fin nel colore delle sue bandiere, il bianco, che consente all'industria di utilizzare selvaggiamente la manodopera (nel 1966 il salario medio di un operaio è di 70mila lire al mese, poco più di 600 euro, mentre l'Istat fissa a 100mila lire il minimo indispensabile per famiglia tipo).

Contro la violenza di questo mondo, lontano dai bisogni e dal sentire dei lavoratori, scendono in campo, negli anni '70, i giovani, sul fil rouge della rivolta fiumana. Il programma politico è sintetizzato da motti carichi di emotività, proprio come nella rivolta sulle sponde del Carnaro. I più famosi, come “L'immaginazione al potere”, “Vietato vietare”, sono di fatto una riproposizione modernizzata di quelli. Il memorabile “disobbedisco” dannunziano diventa “proibito proibire”. Gli slogan sono scanditi ad alta voce nei cortei, dipinti e illustrati marinettianamente con bombolette spray sui muri. L'antiproibizionismo, il nudismo, il libero amore nelle sue libere espressioni, si ripetono nello stesso spirito della Reggenza.

Fiori nelle canne dei fucili dei legionari, fiori dei contestatori in risposta ai manganelli della polizia, impegnata a disperdere i loro raduni.

Non pochi autori, anche di prestigio, come Claudia Salaris con il suo recente “Alla festa della rivoluzione, edito dal Mulino, si sono occupati dell'impresa fiumana, ma solo e sempre di un suo singolo aspetto, ora questo ora quello, mai dell'impresa in tutta la sua interezza e complessità. Giovanni Luigi Manco rimedia brillantemente a questo limite, ma non solo, ne segue gli effetti, i riflessi in tutto il novecento e scopre l'attualità dei suoi programmi, motivi ispiratori nella crisi della contemporaneità.

Il superamento del vincolo di gerarchia non è più un'utopia da quando l'organizzazione del lavoro, da verticale e subordinato, si è trasformato in orizzontale e creativo, consentendo di porre termine alla scissione tra cultura e processo materiale di civilizzazione. Tutti i lavoratori (dirigenti, tecnici, impiegati, operai) si muovono di fatto nella stessa direzione, sono insieme creatori di utilità e hanno tutto l'interesse a collaborare tra loro. La controparte della borghesia non è il proletariato al suo livello più basso, ma il proletariato nel suo complesso, tutti gli strati sociali estranei ictu oculi alla borghesia, tutti i percettori di reddito da lavoro dipendente. Il capitalismo può essere sconfitto se i lavoratori riconoscono nelle unità di servizio e produzione il luogo naturale di massima forza per inserirsi direttamente nel proceso decisionale.

La democrazia diretta, propugnata nella Costituzione del Carnaro, è oggi più che una possibilità, l'alternativa alla vecchia, cattiva prassi politico-governativa.

In tempo di internet far conoscere un progetto di legge e sapere quanti lo approvano è semplicissimo. La moderna carta magnetica di identità consente di votare a qualsiasi distanza senza possibilità di brogli o duplicazioni.

Milioni di computer, milioni di terminali, trenta milioni di utenti possono collegarsi tra loro a prescindere dalla distanza. Nessuno controlla la rete, nessuno comanda, nessuno proibisce, tutti possono chiedere informazioni e registrare su carta o disco.

Quando le decisioni nascono dalla diretta esperienza quotidiana, l'evidenza delle cose, la ragione pratica, si impone nel modo più naturale. Quando invece a legiferare sono politicanti, divisi su tutto dall'ambizione e giogo clientelare, si afferma l'incompetenza, l'insanabilità dei pregiudizi.

Un saggio indubbiamente interessante, quasi un manifesto rivoluzionario, che ricordando le lotte socialiste di ieri e la progressiva cancellazione dei diritti lavorativi e costituzionali di oggi, è un colpo di piccone nel muro dell'oblio.

Quasi una profezia le parole di D'Annunzio: “Qualunque sforzo di liberazione non può che partire da Fiume, dove le nuove forme di vita non soltanto si disegnano ma si compiono; dove il cardo bolscevico si muta in rosa italiana: in rosa d'amore.”

BIBLIOGRAFIA

Buddha, la via dei padri , Sentiero Luminoso, 2003, pag. 363, 7 euro, http://www.jubaleditore.net

La città fiorita, il divenire del socialismo in Mussolini, ed. all'insegna del Veltro, 1988,                     pag. 142, 14 euro, http://www.insegnadelveltro.it

Immenso e Rosso, nuovo Socialismo, 1981, 2000 £

Alchimia del dolore, Solaria, 1991, pag. 134, 5000 £

Zefiro, Solaria, 1992, pag,110, 8000 £

La frazione, Gruppo Due, 1978, pag. 1000, 2500 £

Marino, sacerdote di Melissano, ed. Movimento Nonviolento, 1990, Perugia. 5000 £

NINO GALLONI

I risparmi, le banche
 e l’attuale regime monetario

Giovanna Canzano
intervista
NINO GALLONI
 04/03/2011


Nino Galloni, economista, ha recentemente pubblicato un libro provocatorio
 dal titolo che è tutto un programma: “Prendi i tuoi soldi e scappa?” 
ci ha rilasciato una interessante intervista, dove ci dice che, molto probabilmente 
è l’euro a scappare via da noi

CANZANO - Prendi i tuoi soldi e scappa: fa veramente tanta paura questa crisi economica?
NINO GALLONI - Più che una crisi che perdura preferirei parlare di “sindrome” per significare che questo tipo di modello unico dell’economia internazionale sta semplicemente collassando.

CANZANO - Nascondiamo i nostri soldi sotto il materasso come dice l’economista Eugenio Benetazzo, oppure “scappiamo” dall’euro?
NINO GALLONI - Credo più probabile che sia l’euro a scappare da noi: perché la politica monetaria europea è gestita in modo di trattare l’euro come se fosse oro, rendendolo esageratamente ed artificiosamente troppo scarso nelle nostre tasche; perché non si fa abbastanza per separare le attività speculative delle banche da una sana gestione del credito finalizzato allo sviluppo.

CANZANO - Perché l’economista Paolo Savona propone il contrario?
NINO GALLONI - Anzi Savona ha lanciato una provocazione sensata dicendo che sarebbe meglio uscirne credo che la finalità sia stata quella di sondare e contare il “partito” dei non-euro!

CANZANO - Cosa fanno i governi europei per uscire dalla crisi?
NINO GALLONI - Niente.
Più che parlare di crisi assistiamo ad un sistema produttivo che non regge più, infatti, l’economia ci costringe a produrre più ‘oggetti’ di quelli che in effetti abbiamo bisogno per le nostre esigenze?
Si tratta di due problematiche diverse. Oggi le tecnologie disponibili, se ben utilizzate, consentirebbero a tutta l’umanità di campare benone, ma ci sono interessi dei poteri finanziari che temono i cambiamenti nei rapporti di forza e la crescita della consapevolezza degli esseri umani. Per questo si
inventano analisi e teorie che servono solo a giustificare la penuria di mezzi destinabili allo sviluppo, lo spauracchio delle crisi ambientali (che si aggravano proprio per la mancanza e non per l’eccesso di sviluppo e progresso) e quello della sovrappopolazione, un concetto che ha senso solo in riferimento alle capacità produttive, non in astratto: senza tecnologie, ad esempio, su dieci km quadrati potrà sopravvivere solo una ventina di individui, viceversa con le attuali tecnologie tutto appare diverso e più governabile…

CANZANO - Agli inizi degli anni ‘70 e ‘80 l’Italia aveva una valenza per quando riguarda la tecnologia politica industriale e produzione manifatturiera per cui sarebbe stata meglio una scelta diversa da quella che ci ha portato all’euro?
NINO GALLONI - Certo! Negli anni ’50, ’60, ’70 si credeva in un modello “misto” dove il massimo sostenibile di libertà di impresa non impediva allo Stato di possedere partecipazioni industriali all’avanguardia; poi si è deciso di svendere tutto con danno strategico, occupazionale e sociale e grandi vantaggi solo per pochi.

CANZANO - In Sudamerica come è ripartita l’economia?
NINO GALLONI - Con la sinergia tra ripresa dello Stato Nazionale e monete complementari che consentissero di controllare la recuperata sovranità monetaria senza sacrificare lo sviluppo interno/locale

CANZANO - La moneta complementare che ruolo potrebbe avere in questa crisi economica?
NINO GALLONI - Notevole, soprattutto per l’economia tradizionale che andrebbe ri-territorializzata; ma per il resto –comparti innovativi, nicchie e prodotti di avanguardia – occorrerebbero un euro moneta e non oro, un dollaro per lo sviluppo e non per le guerre, un accordo internazionale – soprattutto con la Cina – per una valuta creditizia internazionale che sterilizzi e neutralizzi l’ingente presenza di titoli tossici e speculativi pericolosamente sospesi.

ANTONELLO SACCHETTI

Trans-Iran
Giovanna Canzano 
intervista
Antonello Sacchetti
29/11/2012

…“L’Iran vuole  raggiungere una capacità nucleare che funga da deterrente:
avere i mezzi e le competenze per un’eventuale arma atomica,
gli conferirebbe lo status di Paese nucleare.
Il Pakistan, ad esempio, la bomba ce l’ha da molti anni e l’Occidente è sempre stato molto
cauto nel gestire i rapporti con Islamabad.
Detto questo, è poco verosimile che Teheran – anche in possesso
di una bomba – la possa usar contro chi ha da anni un vero arsenale atomico,
come Israele”... (Antonello Sacchetti)


CANZANO 1 – La tua grande passione  per l’Iran  e lo studio della sua cultura e la sua storia, si è concretizzata con numerose e lunghe  permanenze  nel suo territorio che, tu hai fatto partecipe agli altri con la pubblicazione di alcuni volumi. Da poco è uscito il tuo ultimo volume dal titolo: Trans-Iran, che è da leggersi anche come guida turistica e culturale, ce ne parli?

SACCHETTI –  Questo ultimo libro è in realtà il tentativo di spiegare – a me stesso prima che agli altri, la mia passione per l’Iran. Una spiegazione attraverso il racconto. Non so se Trans-Iran può servire da guida turistica: forse è più utile come mappa culturale per avvicinarsi all’Iran senza pregiudizi. È anche il mio libro più personale, quello in cui ho espresso di più le mie emozioni e i miei sentimenti. È difficile spiegare i motivi di un amore, di una passione. L’unica cosa che resta da fare è raccontare.

CANZANO  2–  L’Iran descritta da te nella sua bellezza sia culturale che artistica, ha invece dei problemi politici a volte non tanto idilliaci per alcuni sui abitanti che sono costretti a chiedere asilo politico ai paesi europei, come mai?

SACCHETTI-  Purtroppo questa è una costante nella storia della Persia e dire di molti Paesi del Medio Oriente. L’Iran ha vissuto un XX secolo particolarmente convulso, avvincente per alcuni versi e tragico per molti altri. I problemi riguardano la libertà di espressione e le libertà civili. Il sistema scaturito dalla rivoluzione del 1979 non è un sistema democratico, di certo non come lo intendiamo noi in Europa. Nel corso di questi 34 anni ci sono stati diversi cambiamenti e fasi che hanno fatto sperare in un cambiamento positivo, ma la strada è ancora molto lunga. In particolare, per quanto riguarda i diritti umani.

CANZANO  3– Secondo la giornalista  Fiamma Nirenstein sarebbe un problema per l’incolumità di tutto il mondo se gli iraniani dovessero avere la bomba atomica, e, per impedire ciò, si vuole impedire al paese anche lo sviluppo del nucleare per uso civile. Sono veramente dei ‘guerrafondai’ gli iraniani come vengono descritti dalla giornalista e parlamentare del PDL?

SACCHETTI –  Di tutti i conflitti che hanno infiammato il Medio Oriente negli ultimi 40 anni, non ce n’è uno che sia stato scatenato dall’Iran. La questione nucleare è usata in modo strumentale da ambo le parti. L’Iran vuole  raggiungere una capacità nucleare che funga da deterrente: avere i mezzi e le competenze per un’eventuale arma atomica, gli conferirebbe lo status di Paese nucleare. Il Pakistan, ad esempio, la bomba ce l’ha da molti anni e l’Occidente è sempre stato molto cauto nel gestire i rapporti con Islamabad. Detto questo, è poco verosimile che Teheran – anche in possesso di una bomba – la possa usar contro chi ha da anni un vero arsenale atomico, come Israele. Faccio notare che tutta la querelle nucleare va avanti perché l’Iran ha aderito al Trattato di non proliferazione ed è dunque tenuto a rendere conto delle sue attività. Israele non aderisce al Trattato ma non ha mai ricevuto il biasimo della comunità internazionale. Teheran – a mio avviso – continua a usare la questione nucleare per mettersi a un tavolo con gli Usa e ottenere un riconoscimento ai propri interessi locali. Israele, invece, usa una improbabile minaccia nucleare iraniana per distogliere l’attenzione dall’eterno dilemma palestinese. So che la mia è una opinione poco popolare in Italia, ma la penso così.

CANZANO 4 –  ‘Le mille e una notte’, un grande classico che, in Europa non è stato interpretato così come è l’interpretazione nella cultura iraniana. Per quale motivo?

 SACCHETTI –  Perché la nostra cultura cattolica – a differenza di quella islamica – è sessuofoba. La traduzione dal manoscritto originale (che è arabo ma racconta storie essenzialmente persiane) al francese e poi alle altre lingue europee, ha “purgato” gli aspetti più esplicitamente erotici. Fa parte di quell’orientalismo che ha tanto condizionato la nostra visione dei Paesi mediorientali. Alla conoscenza si è sostituito lo stereotipo.

CANZANO 5 –  Come è nato in te l’amore per l’Iran e la Persia?

SACCHETTI – Era un Paese che mi incuriosiva. Nel 2005 ci sono andato da turista, senza un vero perché. E ne sono rimasto folgorato. E ogni volta che ci torno, trovo sempre nuovi elementi, nuovi motivi che rafforzano questa mia passione.

CANZANO 6- Quali sono gli altri volumi che hai pubblicato?

SACCHETTI –  I ragazzi di Teheran (2006), Misteri persiani (2008), Iran. La resa dei conti (2009). Sempre per Infinito Edizoni.

Antonello Sacchettti (1971), giornalista pubblicista, ha pubblicato con  Infinito edizioni “I ragazzi di Teran” (2006), “Misteri persiani” (2008) e “Iran. La resa dei conti” (2009). Fondatore e direttore responsabile della rivista on line “Il cassetto-L’informazione che rimane”  (www.ilcassetto.it), dal 2012 gestisce il blog Diruz (www.diruz.it) interamente dedicato all’Iran.

Contatti: antonello.sacchetti@gmail.com, Twitter: @anto_sacchetti,

Facebook: www.facebook.com/antonello.sacchetti

MIRO RENZAGLIA

Post elezioni… 
Di destra e sinistra non se ne poteva più…

Giovanna Canzano
intervista
Miro Renzaglia 
07/03/2013

Canzano 1- Il dopo elezioni: tanti volti nuovi che la politica ‘tradizionale’ non riesce a collegare in nessun modo, chi sono?

RENZAGLIA – I malcontenti, giustamente, dello strapaese…

Canzano 2- Invece tanti parlamentari che, dopo varie legislatura lasciano le ‘poltrone’ e, alcuni portano via anche i piccoli partiti.

RENZAGLIA – Succede, quando non sia ha niente da proporre, tranne che la conservazione dello status quo…

Canzano 3- Destra e sinistra che, invece di rinnovarsi lasciano il ‘posto’ a nuove formazioni politiche. Voluto?

RENZAGLIA – Voluto, no… ma se la sono cercata con pertinacia… ed è bene così: di destra e sinistra non se ne poteva più…

Canzano 4- Una destra divisa che, non riesce a convincere un elettorato sempre più esigente.

RENZAGLIA – L’ultima delle mie disperazioni è che sia morta la “destra”… anzi, rettifico: la mia soddisfazione massima è che (anche) la destra sia morta e sepolta…

Canzano 5- Berlusconi, che, come disse lui anni fa, era sceso in ‘campo’ per ‘sdoganare’ la destra, invece tanti di destra non si sono sentiti sdoganati né hanno accettato il suo modo di fare politica.

RENZAGLIA – Berlusconi non è “sceso in campo” per sdoganare la destra ma per farsi allegramente i cazzi suoi… chi, a destra, si è sentito sdoganato da Berlusconi è un imbecille…

Canzano 6- Come devono comportarsi la destra e la sinistra con il nuovo partito che è ‘avanzato’?

RENZAGLIA – Si devono impiccare con le mani loro… come, del resto, stanno facendo…

Canzano 7- Il dopo Napolitano ha già un nome?

RENZAGLIA – E’ ininfluente che abbia un nome… quello che conta è la matrice… e la matrice sarà ancora una volta la Bce…

Canzano 8- In concreto, riusciremo in breve ad avere un governo che soddisfa le forze politiche che noi cittadini abbiamo eletto?

RENZAGLIA – Grazie agli dèi tutti, no…