martedì 7 marzo 2017

VINCENZO MARIA DE LUCA

FOIBE
LA MEMORIA NON CONDIVISA
 INTERVISTA A 
VINCENZO MARIA DE LUCA
di Giovanna Canzano
marzo 2008

CANZANO - E’ uscito in questi giorni il tuo ultimo libro: “La memoria non condivisa”,  ancora tu ci parli delle foibe. Anche per te una trilogia per completare la ricerca storica dopo: “Foibe, Una tragedia annunciata” del 2000 e “Venezia Giulia 1943” del 2003 sempre per la casa editrice ‘Il Settimo Sigillo’?

DE LUCA - La questione della tragedia dei nostri confini orientali, l’Istria e la Venezia Giulia dopo l’8 settembre 1943, è stata sottaciuta quando non addirittura negata per interi decenni. A oltre 60 anni dalla fine dell’ultima guerra, oggi la liberatoria dal segreto di Stato per molti archivi alleati, unitamente alla caduta dei vari regimi comunisti dell’est europeo con lo scioglimento delle relative polizie politiche, ci stanno finalmente consegnando inesauribili fonti di notizie e “nuove verità” tali, da far ipotizzare in un prossimo futuro una inedita rilettura di quanto è avvenuto nel nostro recente passato e non ci hanno mai detto. Una mole sorprendente di documentazione al servizio di ricercatori e storici, che rende impossibile scrivere la parola “fine” su questioni co sì dibattute e attuali. Con la mia “Trilogia Giuliana” sento di avere analizzato molti aspetti interessanti della repressione slavo-comunista, anti-italiana, operata nella Venezia Giulia degli anni quaranta, ma il vibrante attacco sferrato dal mondo accademico e della “cultura ufficiale” contro una analisi revisionista della Storia in generale, mi porta a ritenere che ci sia ancora molto da fare nella ricerca di quella verità che Nietzsche definiva: “il sarcasmo dei vincitori”. 

CANZANO - Hai accennato al Revisionismo. Qual è la tua posizione al riguardo?

DE LUCA - In questi ultimi anni si parla di Revisionismo in senso dispregiativo, associandolo al tentativo, più o meno velato, da parte di storici di varia nazionalità di negare o almeno ridimensionare l’olocausto ebraico durante l’ultima guerra. Vorrei fare mia la tesi di Renzo De Felice, massimo storico italiano del Novecento, che nel 1991, poco prima della sua scomparsa, nell’intervallo del concerto del pianista serbo Ivan Pogorelich in un teatro di Roma, mi disse: “…la Storia è un continuo Revisionismo…”, alludendo al fatto che mano a mano che si rendono disponibili nuove fonti di ricerca, siamo ovviamente in grado di modificare o confermare quanto riten uto vero in precedenza. Scrive Benedetto Croce: “…la Storia è sempre contemporanea”, e in tal senso non ci dovrebbero essere capitoli storici chiusi come “scatole cinesi” o “sentenze definitive”, ma una visione più fluida della Storia, meno preconcetta e politica, più aperta al confronto e alla parificazione tra vincitori e vinti. Chi può arrogarsi il diritto di stabilire nettamente quale sia il bene e quale il male? Il binomio “vittoria militare uguale giustizia e verità” è fin troppo puerile. Ha ragione chi vince o vince chi ha ragione? Su questo dovremmo impegnarci noi storici e saggisti più che dividerci in sterili discussioni sul numero dei morti in questo o in quell’altro contesto. 
La filosofia della “libbra di carne” di shakespeariana memoria, non si addice alla Storia bensì alla polemica di parte. Se un merito và ascritto al tanto criticato Revisionismo, tralasciando improbabili nostalgie, è essenzialmente quello di porsi domande scomode e affatto scontate. Basterà poi vedere in questi ultimi anni come si è modificata la sensibilità storica collettiva su alcuni temi ritenuti da sempre sacri, per lodare lo spirito “revisionista” di alcuni studiosi.


Spinosa ad esempio, nel suo “Napoleone flagello d’Italia” edito da Mondadori, attacca il mito di Bonaparte artefice della nostra unità nazionale; e come si è modificato il giudizio sul Risorgimento, non più sublimato come afflato di popolo bensì “riletto” nell’ottica di una ben più concreta lotta d’interessi tra potentati separatisti. Si è persino rivalutato il fenomeno del Brigantaggio nell’Italia centro-meridionale, così come non è più tanto chiaro nell’ambito della Rivoluzione Francese, se i cattivi fossero poi così cattivi ed i buoni così buoni. Pare addirittura che Nerone non abbia incendiato Roma… e la Resistenza partigiana italiana successiva all’8 settembre 1943 si sta finalmente incastonando in un ben più ampio contesto di reale guerra civile legittima ed inevitabile in un paese diviso a metà anziché ripercorrere gli obsoleti percorsi ideologizzati della sollevazione di popolo contro il crudele invasore nazista. Per tornare al tema di mia competenza, a chi ancora oggi parla degli italiani infoibati in Venezia Giulia, come di fascisti raggiunti dalla “dura lex” popolare, rispondo con le parole dell’ex Presidente della Repubblica Ciampi, che in occasione della sua visita a Trieste il 25 aprile 2002 ebbe a dire: “…le Foibe sono il simbolo di una lotta etnica, scatenata da chi voleva ridurre l’italianità di queste zone, facendo fuori il maggior numero possibile di italiani. Una violenza che aveva orribili obiettivi. Tipo la Shoah”.

CANZANO - Quindi confermi in sostanza il tuo impegno nel campo del Revisionismo storico?

DE LUCA - Quando ho iniziato nel 1995 lo studio e l’interpretazione di quei tragici avvenimenti che furono le foibe, l’esodo e le mutilazioni territoriali, successive al secondo conflitto mondiale, che sconvolsero l’italianità di terre come la Venezia Giulia e l’Istria, mi ero riproposto, per quanto mi fosse stato possibile, di rendere merito e giustizia ad una intera generazione di nostri connazionali, che nulla avevano più da chiedere se non il rispetto della propria storia e dei propri valori, belli o brutti, giusti o sbagliati che fossero. Italiani innocenti, laboriosi, miti ed orgogliosi, la nostra meravigliosa gente giulia che aveva perso tutto, spesso anche la vita, per rimanere libera in una libera Patria senza il Comunismo. Via via che i miei libri venivano pubblicati, e quindi uscivano recensioni e partecipavo a convegni, mi sono accorto, mio malgrado, che venivo sempre più a trovarmi schierato da una parte piuttosto che un’altra. Inizialmente la cosa mi infastidiva poiché, con l’ingenuità del neofita, pensavo che la Storia, più che la politica o la polemica, potesse servire ad unire in nome della verità; al contrario anche la Storia, o meglio l’uso improprio e speculativo della stessa, ha finito con il dividere più che fondere insieme le coscienze. Ecco così che il mio sforzo per fare luce su episodi dimenticati o mai analizzati è stato definito “a priori” revisionista. E siccome arriva il momento in cui, al di là di sfumature o dettagli, bisogna prendere una posizione consapevole, allora ti dirò che, in virtù del mio impegno anti-comunista, mi posso definire senz’altro uno storico revisionista.

CANZANO - Proprio qui volevo portarti. Ho notato infatti che nei tuoi libri, più che la contrapposizione tra italiani e slavi, è demonizzata la rivoluzione proletaria-comunista di Tito, come anticipatrice della “guerra fredda” che avrebbe poi diviso il mondo in 2 blocchi contrapposti: il mondo libero a occidente e l’Unione Sovietica a est. Tu critichi apertamente la Resistenza anti-fascista e condanni il partito comunista italiano e Togliatti per le violenze sugli italiani in Istria.

DE LUCA - Certamente. Chi può obiettare che ciò non sia vero? Chi può in perfetta buona fede continuare a sostenere che il Comunismo si battesse per la libertà? L’argomento è sconfinato e richiederebbe fiumi d’inchiostro e di parole. Alcuni punti fermi sono incontestabili. Perché si continua a ripetere che la seconda guerra mondiale fu scatenata da Hitler con l’invasione della Polonia il 1° settembre 1939 quando fu, in precedenza, il patto di non aggressione russo-tedesco Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939 ad ufficializzare l’inizio delle ostilità con la spartizione sacrificale della stessa Polonia tra Germania e Unione Sovietica?

L’allora protocollo segreto tra Hitler e Stalin prevedeva che una volta terminate le operazioni belliche tedesco-polacche sul fronte occidentale, s arebbe intervenuta l’Armata Rossa nella Polonia orientale a completare l’invasione del paese slavo. Cosa che puntualmente si verificò il 17 settembre 1939 ed i sovietici non solo fecero 250.000 prigionieri, ma furono solerti collaboratori dei tedeschi nell’ostacolare il ripiegamento di ciò che rimaneva dell’esercito polacco verso la Romania e l’Ungheria, da dove avrebbe potuto in seguito riprendere la lotta al fianco degli alleati occidentali contro la Germania. Perché si continua a parlare della invasione di Hitler dei Paesi Bassi e della Norvegia a ovest e nessuno ama o ha l’onestà intellettuale di ricordare cosa fa contemporaneamente Stalin a est ai danni di Estonia, Lettonia e Lituania, per non parlare dell’aggressione sovietica alla Finlandia del novembre 1939? Chi parla solo e sempre degli eccidi nazisti, si legga di Victor Zaslavsky, “Il massacro di Katyn” o, se crede, il mio “Venezia Giulia 1943” sulla fucilazione di 15.000 ufficiali polacchi da parte dell’NKVD o “Commissari ato del Popolo per gli Affari Interni” sovietico. Chi parla solo e sempre della Gestapo o di via Tasso a Roma, si legga “Lubjanka” di Enzo Biagi, sottotitolo: “Comunismo. Bilancio 80 milioni di morti”: “…il Comunismo non ha avuto la sua Norimberga. Nessuno ha mai confessato di essere responsabile o complice di quell’orrore, nessuno si è pentito”.

Non mi risulta che Biagi sia un revisionista. Per la cronaca la Lubjanka fu la più bieca prigione stalinista, poi per anni sede della KGB sovietica. Il campo di concentramento non lo ha inventato Hitler; è Lenin che nel 1917 fa distendere per la prima volta i reticolati di filo spinato per sistemare gli oppositori della Rivoluzione d’Ottobre. Togliatti non fu forse un criminale quando nell’ottobre 1944, ben consapevole degli appetiti e dei livori slavi sul Friuli orientale e l’Istria, si accorda con l’alto esponente titino Kardelj per il passaggio sotto il comando slavo-comunista di tutti i movimenti partigiani italiani per lo più com posti da comunisti, socialisti e progressisti? Il risultato fu che solo pochi reparti tedeschi e quelli d’elite della Repubblica di Salò rimasero a farsi trucidare lottando sino alla fine contro Tito per l’italianità di quelle terre che né la Monarchia sabauda né la Resistenza antifascista avevano voluto difendere e preservare. Quando intellettuali politicamente schierati a sinistra come il bulgaro Moni Ovadia ci parlano in televisione o dai palchi dei loro spettacoli, del Comunismo come: “…storia di uomini, di idee, di sacrifici, di dedizioni, di sofferenze e dolori che non può essere archiviata nel bidone della spazzatura revisionista”, o che : “il Comunismo non fu solo una storia di orrori…”, sarebbe fin troppo semplice, quasi crudele, replicare a questi santoni da salotto, ricordando loro il massacro di oltre 26 milioni di cinesi compiuto sotto il regime di Mao Tse-Tung, tra il 1949 ed il 1965, come pure i 10 milioni di vittime russe delle grandi “purghe sta linian e” nell’URSS del 1936-1938 o i 2 milioni di cambogiani uccisi dai khmer rossi di Pol Pot dal 1976 al 1979. Fermiamoci qui.

CANZANO - Accidenti, dalle Foibe a Pol Pot. Un bel salto. Un’ultima domanda sul tuo recente libro “La memoria non condivisa”. Puoi dirci in breve l’argomento e chi potrebbe esserne un potenziale lettore?

DE LUCA - Il mio lettore è innanzitutto un amante della Storia. Un lettore che ama sapere la verità anche se scomoda, che crede che il bene e il male non si possano salomonicamente distinguere e che non crede sempre e solo ad un “male assoluto” e sempre e solo dalla stessa parte. In questo libro esamino alcuni episodi cruciali che caratterizzarono nel periodo 1914-1941 i difficili rapporti economici, politici e sociali intercorsi tra italiani e slavi, riportandone sia la versione ufficiale italiana che quella irredentista slava, ovviamente su una solida base documentale. Il tutto, attraverso la comparazione della qualità di vita della minoranza sloveno-croata nel Regno d’Italia con quella della minoranza italiana nel Regno di Jugoslavia. C’è poi uno studio molto attento sulle molte organizzazioni terroristiche slave che operavano contro l’Italia in quel periodo; il resoconto di processi del Tribunale Speciale contro irredentisti slavi come Vladimir Gortan, che all’epoca fecero scalpore ed ebbero eco internazionale e tanto, tanto altro ancora. Buona lettura.

BIOBIBLIOGRAFIA:

Vincenzo Maria DE LUCA è nato a Roma nel 1958, è laureato in medicina e chirurgia. Appassionato di storia contemporanea, da alcuni anni si dedica allo studio di quei tragici avvenimenti che furono le foibe, l'esodo e le mutilazioni territoriali, successive al secondo conflitto mondiale, che sconvolsero letteralmente l'italianità di terre come la Venezia Giulia e l'Istria. Alterna alla sua attività di medico quella di ricercatore storico, soggiornando periodicamente a Trieste, Gorizia, e in Slovenia, dove raccoglie in prima persona documentazioni e testimonianze direttamente dai protagonisti, indipendentemente dalla loro nazionalità e fede politica. E' socio della Società di studi Fiumani di Roma, della Unione degli Istriani, libera provincia dell'Istria in esilio, dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. E' membro del Comitato scientifico del Centro Studi e Ricerche Storiche 'Silentes Loquimur' di Pordenone. Per la casa editrice ‘Il Settimo Sigillo’ ha pubblicato: FOIBE, Una tragedia annunciata. 2000 E' difficile trovare nei libri di storia un'esatta documentazione sulle Foibe. Spesso leggiamo menzogne, falsità, approssimazioni. Questo libro, dopo un excursus sulla storia della Venezia Giulia, ne traccia una verità non di parte, al fine di far comprendere la tragedia di quei popoli e del loro genocidio ed esodo a lungo dimenticato VENEZIA GIULIA 1943, Prove tecniche di guerra fredda. 2003 La Venezia Giulia del 1943 è stato teatro non solo di una guerra civile fra due fazioni in lotta, ma anche terra di conquista da parte del IX Korpus tititno. Ciò che è accaduto in quel lembo d'Italia, dalla nascita della Repubblica Sociale Italiana fino al trattato di Osimo, è stata una vera e propria guerra fredda; combattuta da due diverse concezioni politiche, da due opposte visioni del mondo. Non si può comprendere la storia del dopoguerra italiano e jugoslavo, fino alla crisi di fine secolo, se non si comprende l'origine della questione friuliana e dalmata, e il dramma dell'esodo di quelle popolazioni scacciate dalla propria terra. L'eccidio di Porzus è il momento più significativo ed emblematico di quella tragedia.


PEDRO VARELA

L’ideologia manipolata dal linguaggio politico
 e il controllo delle idee

Giovanna Canzano
 intervista
 Pedro Varela
 22 maggio 2010

«... Il problema è che l’ideologia dominante, sperimentata con la manipolazione del linguaggio politico ed esercitato con un controllo ogni volta più completo
 sul mondo delle idee, sta completamente nelle mani dei Maestri del Discorso.
Tutto l’immaginario che ci è stato diffuso negli ultimi decenni – che però ci trasciniamo da più di un secolo – altro non è che quello portato avanti dal “giudaismo, dalla massoneria e dal marxismo ...»
(Pedro Varela)


CANZANO 1 - Dal 1996, dopo l’approvazione in Spagna di una legge che stabiliva i crimini di apologia di genocidio e di incitamento all’odio razziale (11 maggio 1995), Lei è perseguitato dalla giustizia spagnola. Puoi riassumere brevemente le tappe di questa persecuzione giudiziaria?

VARELA - Nel 1996 subimmo una grossa perquisizione nella mia abitazione e simultaneamente nei locali della Libreria Europa di Calle Seneca 12 di Barcellona. La polizia sequestrò 20.900 libri che, fino ad oggi, non ci sono stati ancora restituiti, insieme a tutti gli archivi storici, la mia biblioteca privata, documenti, computers, ecc. Fui accusato di “negazione dell’olocausto” e di “incitazione all’odio razziale”. Due anni dopo, il 16 ottobre del 1998 ci fu un processo-spettacolo, alla sovietica, nel quale il giudice di estrema sinistra Santiago Vidal Marse dispose in aula un grande schermo con traduttore simultaneo e proiettò il film storico di Fritz Hipper “Der ewige Jude” (L’ebreo eterno) del quale avevano trovato una copia nella Libreria Europa. Mi accusarono come se io stesso fossi il produttore del film e il pubblico ministero chiese quattro anni di carcere, multa, ecc.
Un mese dopo, il 16 ottobre 1998 questo stesso giudice depositò la sentenza condannandomi a cinque anni di prigione. Mi chiedo, è mai possibile che le autorità condannino un libraio a cinque anni di carcere per vendere libri? Mi fu ritirato il passaporto e mi fu vietato di uscire dalla Spagna per dieci anni, con obbligo di firma di fronte al giudice tutti i mesi.
Il 16 gennaio 1999 durante una manifestazione autorizzata, la polizia di Barcellona irruppe nella Libreria Europa, gettò i libri per la strada dove vennero raccolti in una grande pira e gli dietero fuoco. Mentre alcuni di loro davano fuoco ai libri, altri distrussero tutto quello che c’era nella libreria.
In seguito facemmo ricorso in appello all’Audencia Provincial che fu accettato in considerazione che la legge che era stata applicata contro di me era incostituzionale. L’Audencia Provincial, che era presieduta da Ana Ingelmo inviò la sentenza e le sue considerazioni al Tribunale Costituzionale di Madrid, che ci mise dieci anni prima di prendere una decisione.
Finalmente, nel 2008, il Tribunale Costituzionale considerò che, almeno in parte, non si poteva condannare nessuno per dubitare o negare presunti fatti storici tramite dichiarazioni o scritti. Una volta ancora a Barcellona, il Tribunale ammise che non poteva condannarmi per “negare l’Olocausto” perché il Tribunale Costituzionale lo impediva. Mi condannarono però per “promozione del genocidio!” … alla fine la condanna definitiva fu di sette mesi di carcere. Però nel frattempo, e prima di questa nuova situazione, i fanatici del Tripartiro [N. d. T. dei tre partiti] a Barcellona ordinarono una nuova perquisizione e un nuovo processo contro le Edizioni Ojeda, delle quali io sono il direttore, sequestrando sette computers e altri 5.000 libri, oltre a numerosi documenti. Il nuovo processo ebbe luogo lo scorso 29 gennaio 2010 e la condanna fu resa nota l’8 marzo: 2 anni e 9 mesi di carcere per “genocidio” e “attentato ai diritti fondamentali”, crimine che avrei commesso pubblicando libri che denunciano la lobby ebraica internazionale, documenti storici come il Mi Lucha (Mein Kampf) o i discorsi di Hitler, o altri testi concernenti tematiche razziali. Questa pena, sommata ai sette mesi della condanna precedente, porta a un totale di 3 anni e 4 mesi che, adesso io, dovrei scontare, e, essendo recidivo, si aggiungono altri due anni di carcere. Tenterò un nuovo ricorso, se è possibile.

CANZANO 2 - Lei è stato condannato recentemente dal tribunale penale undici di Barcellona ad un anno e tre mesi di reclusione per il reato di diffusione di idee negazioniste e un altro anno e mezzo di carcere per aver violato i diritti fondamentali e delle libertà pubbliche garantite dalla Costituzione. Queste pene Le sono state inflitte come proprietario della libreria Europa?

VARELA - No, come responsabile di Ediciones Ojeda. Anche se la sede è la stessa di quella della Libreria Europa in Calle Seneca 12 a Barcellona, anche se la persona è la stessa, anche se i libri delle Edizioni Ojeda si vendono anche nella Libreria Europa. Si trattava di un trucco semi-legale per tornare a intervenire contro la mia persona.

CANZANO 3 - Lei è stato presentato al processo come un semplice librario, ma dalla sentenza si rileva che Lei vendeva libri che raccomandavano la segregazione e rappresentavano "un disprezzo per il popolo ebraico e le altre minoranze" e, come commentato dal giudice, "unidirezionali in termini di contenuto, con una totale mancanza di pluralismo" e "diretti verso una singola linea di pensiero".

VARELA - Chi decide quali ideologia sono genocide e quali no? Il giudice amico di Sos-Razzismo? I suoi padroni che gli elargiscono la mancia alla fine del mese? O forse una giudice che ha bisogno di assicurarsi il suo piatto di lenticchie con un posto fisso? Il nostro avvocato domandava alla giudice e all’accusa durante la difesa: “Dobbiamo obbligare gli editori ad essere d’accordo con tutti i testi che pubblicano? Eliminiamo dalla Storia i libri che non ci piacciono?” Quello che fanno il Pubblico Ministero della Catalogna e i funzionari della polizia autonoma assomiglia a quello che fanno le luci in un teatro. Con i loro potenti fari i nuovi maghi concentrano l’attenzione del pubblico nell’angolo che interessa loro, lasciando nel buio il resto della scena. Inviano al giudice solo le frasi che interessano loro, fuori contesto e con il solo scopo di criminalizzarle, senza preoccuparsi di chi ne sia l’autore. Il Pubblico Ministero andò ancora più lontano: passò un sacco di tempo a leggere delle frasi, tra loro sconnesse, che sarebbero oggi politicamente scorrette, però “dimenticò” di dire che A) Nessuna di loro era di Pedro Varela; B) Per la maggior parte si trattava d’idee di pensatori classici citati dagli autori dei libri in questione. In questo modo ottenne il risultato che espressioni di Quevedo, Fichte, Jung, Schopenhauer, Wagner, Nietzsche, Rosenberg, o dei classici greci, romantici, indù, apparissero come opinioni personali dell’editore. Di fatto, l’accusa pretende, ormai, che gli editori e i librai si leggano assolutamente tutti i testi che propongono al pubblico, cosa che risulta decisamente impossibile. E anche che i librai e gli editori esercitino essi stessi un’autocensura.
Vale a dire, nessuno vuole erigersi a Grande Inquisitore, nessuno vuole accettare che esista, di fatto, un nuovo Indice di libri proibiti, nessuno vuole ammettere che esistano, come dimostra questo processo, testi maledetti, però si spera che gli editori e i librai “comprendano” da soli che ci sono cose che possono e cose che non possono pubblicare, distribuire e offrire al pubblico.
Bisogna rispondere a quello che è evidente. Sia un editore che un libraio, non hanno il tempo, la capacità e ancora meno l’obbligo di censurare i libri che offrono al pubblico. E in ogni caso è il pubblico che decide quale libro vuole o non vuole comprare, neanche Sos-Razzismo può erigersi a “consigliere” universale di quello che la gente può o non può leggere. Si può arrivare a capire che, come dice il nome, quest’associazione e i suoi amici abbiano la necessità urgente di trovare un “razzista” a ogni angolo, visto che vivono di questo, e, se non lo trovano, se lo inventano. Però dubito molto che il pubblico voglia riconoscerli come guide intellettuali delle sue letture. Una delle accuse nei miei confronti da parte del Pubblico Ministero è che io pretenderei di “giustificare il genocidio” (leggasi il solito Olocausto) dando per verità assoluta quello che ora è in discussione (pretendono di fare di questo tema storico il fondamento ideologico del Sistema).
Molti di questi libri sono liberamente disponibili in rete. Allora, dove comincia il crimine? Quando leggo un libro che trovo su internet? Quando qualcuno se ne stampa una copia con la stampante di casa? Quando un altro decide di stamparne trenta copie e diffonderle fra gli amici? O quando Edizioni Ojeda ne fa una tiratura di X copie?
Come vedremo in seguito, nell’epoca della comunicazione libera e massiccia, porre frontiere all’informazione libera non solo non ha senso ma è una battaglia persa in partenza.
I nostri accusatori, e alcuni loro amici del mondo politico e intellettuale, sono membri di associazioni che loro stessi chiamano “antirazzisti”: Sos-Razzismo, Antifa, Searchlight, Expo e altri gruppi simili di cui capiamo la vera natura solo adesso e in occasione delle connessioni con la pubblica accusa e con la magistratura.
Sono le truppe d’assalto dei Predatori. Cominciano con i gruppi di solidarietà locale. Si comportano come un solvente disintegrando la solidarietà tradizionale. Sono ferventi sionisti, obbediscono devotamente a quello che dice l’ADL di Foxman; e ricevono sostegno dai finanzieri ebrei (come potrebbe ben fare un Basat-Cohen con alcuni giornalisti di Barcellona).
Il problema è che l’ideologia dominante, sperimentata con la manipolazione del linguaggio politico ed esercitato con un controllo ogni volta più completo sul mondo delle idee, sta completamente nelle mani dei Maestri del Discorso. Tutto l’immaginario che ci è stato diffuso negli ultimi decenni – che però ci trasciniamo da più di un secolo – altro non è che quello portato avanti dal “giudaismo, dalla massoneria e dal marxismo” (secondo il celebre discorso del precedente Capo di Stato, il cui messaggio è stato ridicolizzato socialmente come unico modo per combatterlo, anche se la realtà quotidiana non ha fatto che dargli ragione).
Questa ideologia imperante, che ha alla base una mera propaganda, da’ per accaduto quello che sta attualmente in discussione. E così si può andare intimidendo facendo opposizione, per piccola che sia, non ha la minima intenzione di lasciarsi abbattere.
La sinistra spagnola, e in generale la classe politica e mediatica, inclusa la destra liberale o centrista, per esempio, utilizza vocaboli che demoliscono chi non la pensa come loro. Prima di ogni ragionamento dell’avversario, sia liberale o conservatore, però soprattutto se è identitario, utilizzano, in Spagna i concetti tipici del blocco: fascista, franchista, estrema destra, con i quali, senza bisogno di ulteriori argomenti, si mette l’altro alla corda e sulla difensiva. In occasioni importanti, come nel caso di questa nostra casa editrice, si aggiungono i vocaboli demolitori più paralizzanti: nazista, razzista, antisemita, genocida… con questi non c’è interlocutore che non resti immediatamente paralizzato, senza azzardarsi a dire una parola. È il frutto di una ben studiata ingegneria della parola o ingegneria linguistica che precede l’ingegneria giuridica e alla fine l’ingegneria sociale che è in marcia, incluso il processo di sostituzione della popolazione autoctona e il suo annichilimento, che occorre accettare volontariamente e senza balbettare una parola.

CANZANO 4 - Si è cercato anche di ‘condannare’ i libri in un paese dove non esiste la censura ed un indice o l’ufficio inquisitorio dove informarsi dei libri che si possono o no stampare, quali sono gli autori e i libri condannati? E perché fa paura la circolazione di questi libri?

VARELA - Occorre notare che fra i 16 libri condannati a essere distrutti nel gennaio 2010, troviamo anche quello di un famoso psicologo anti- nazista come Eysenck o di un ebreo israeliano come Shamir … vediamo la lista:

LIBRI CHE DEVONO ESSERE DISTRUTTI E PER I QUALI SIAMO STATI CONDANNATI:

1. LA LLUVIA VERDE DE YASUF, (La pioggia verde di Yasuf), di Israel Shamir
2. RAZA, INTELIGENCIA Y EDUCACIÓN, (Razza, intelligenza ed educazione), de H. J. Eysenck
3. FUDAMENTOS DE BIOPOLITICA (Fondamenti di biopolitica) de Jacques de Mahieu
4. EL PENSAMIENTO WAGNERIANO (Il pensiero wagneriano) de Houston Stewart Chamberlain
5. ÉTICA REVOLUCIONARIA,(Etica Rivoluzionaria) Ed(itado por Pedro Varela
6. ECUMENISMO A TRES BANDAS: Judios, cristianos y musulmanes, (Ecumenismo a tre lati: Ebreo, Cristiano e Musulmano), Padre Angel Garcia de la Ojeda
7. LA HISTORIA DE LOS VENCIDOS Tomo II,(La storia dei vinti – Tomo II), de Joaquin Bochaca
8. LOS CRIMENES DE LOS BUENOS, (I crimini dei buoni), de J. Bochaca
9. LOS PROTOCOLOS DE LOS SABIOS DE SIÓN,(I Protocolli dei savi di Sion), de Sergei Nilus
10. MI LUCHA,(La mia lotta), de A. Hitler
11. AUTORRETRATO DE UN FASCISTA: LÉON DEGRELLE, (Autoritratto di un fascista: Leon Degrelle), de JM Charlier
12. HITLER Y SUS FILOSOFOS, (Hitler e i suoi filosofi), de J. Bochaca y otros
13. HITLER DISCURSOS Tomo I (1933, 1934, 1935), (Discorsi di Hitler – Tomo I – 1933,1934,1935)
14. NOBILITAS, del Dr. Alexander Jacob
15. EL HOMBRE NUEVO,(L’uomo nuovo), de Ion Motza
16. GUARDIA DE HIERRO,(La Guardia di Ferro), de Corneliu Codreanu

Se si venisse a sapere negli altri paesi europei che in Spagna si perseguitano i libri di una personalità in materia di psicologia come H. J. Eysenck, noto anti nazista, o di un ebreo che era anche deputato socialista nel parlamento israeliano come Israel Shamir, o i discorsi d’importanza storica, senza alcun commento, che pronunciò Hitler tra il 1933 e il 1935 (pubblicati ora anche in Germania), o di un indù la cui opera è molto stimata nelle università e che si vende in Francia e in Inghilterra senza problemi, si resterebbe allibiti e questo nostro paese cadrebbe nel ridicolo più spaventoso.
I Predatori, i Padroni del denaro e delle volontà, quelli che stanno prostrati di fronte al vello d’oro e che sono i padroni di questo mondo, fanno a pezzi ogni opposizione, o almeno tentano.

“Vi invio come pecore in mezzo ai lupi” ha detto Nostro Signore.

Quando i Predatori e i loro servitori anestetizzano le pecore, censurando le informazioni, è perché intendono divorarle. La risposta è pregare di più, amare di più e lottare di più.
Per imporre però una resa incondizionata occorre essere in due. Uno sufficientemente fanatico, prepotente e stupido per esigerla. E un altro disposto ad accettarla. Nei loro calcoli dimenticano che il secondo non esiste.

CANZANO 5 - Il giudice Estela Perez Franco ha ordinato anche la confisca di alcuni ‘oggetti’ presenti nella sua libreria come il busto di Hitler, la svastica di ferro, gli elmetti militari, i poster nazisti, ha un senso il loro sequestro?

VARELA - Anche se non è la cosa di maggiore importanza materiale, il tema degli oggetti personali è il presupposto di un grave pericolo. Ordinando di distruggere un’opera d’arte di uno scultore degli anni 40 del secolo scorso, solo perché rappresenta Adolf Hitler (nato nel secolo XIX) ci introduce nel mondo dei nuovi iconoclasti. V’immaginate un giudice che ordina di distruggere i busti di Napoleone, di Bismarck o di Giulio Cesare? Tra le persone indignate, un signore ha proposto di riprodurre centinaia di busti di Hitler per vedere se qualcuno gliene vieta la vendita, insieme ai busti che già vende di Stalin, Mao e Lenin o quelli degli autentici genocidi come Churchill o Truman.
Un altro, che colleziona e vende elmetti storici, si domandava se avrebbero sequestrato e ordinato di distruggere – come ha fatto questa giudice con noi – insieme all’elmetto tedesco originale che ci forniva, anche gli elmetti americani e sovietici che vende. È preoccupato perché con questo precedente, un giorno un qualsiasi giudice eccentrico potrà passare una pressa sopra la sua collezione di onorificenze storiche.
Se una giudice, come in questo caso, decide di distruggere una lampada indiana con la svastica levogira (regalo di un cliente con poco gusto), ordinerà di distruggere anche la falce e il martello, che rilucono ancor oggi in Plaza Catalunya a Barcellona? (locali del PC). O forse proibirà ai buddisti o all’esercito finlandese l’uso del loro simbolo tradizionale per eccellenza? Con ragione la popolazione indù della Germania obbligò la cancelliera Merkel a rivedere la sua intenzione di proibire la rappresentazione di ogni svastica nel paese: “Lei ha problemi con questo simbolo per soli dodici anni di storia, per noi rappresenta varie migliaia di anni di cultura” affermarono.

CANZANO 6 - Nell’ottobre del 2007 la Corte Costituzionale spagnola ha depenalizzato il reato di “negazionismo”. Su quale base Lei è stato condannato dai giudici di Barcellona?

VARELA – Il giudice falsamente progressista Santiago Vidal, che non è nemmeno giudice di carriera, considerò che pensare di poter negare l’olocausto è già un crimine sufficiente. La prima cosa però che s’impara all’Università è che la ricerca storica non si conclude mai, non si finisce mai di cercare, resta sempre aperta, possono emergere nuovi documenti, nuove prove. Al contrario un fatto non sarebbe “storico”, ma dogma religioso nel quale bisogna credere per fede o per paura dell’Inquisizione. La legge contro la negazione del genocidio fu introdotta in Parlamento nel 1995 dalla ‘porta di servizio’, dal momento che la commissione giuridica tecnica raccomandò di non farlo per mancanza di professionalità e base giuridica della stessa. Alla fine i Predatori e i loro agenti la introdussero con una forzatura. Però grazie al nostro caso e al lavoro instancabile dei nostri avvocati, il Tribunale Costituzionale ha fatto modificare questa legge e la sua accezione, almeno fino ad oggi.

CANZANO 7 - Come ha influito, praticamente, questa depenalizzazione, sulla libertà di espressione in Spagna in relazione al revisionismo storico?

VARELA - Grazie al nostro caso e al lavoro instancabile dei nostri avvocati, il Tribunale Costituzionale ha fatto modificare questa legge e la sua accezione, almeno fino ad oggi. Grazie a questo non possono essere perseguitati libri di autori che reinterpretino l’Olocausto. Quello che la nuova persecuzione mette sul piatto è la capacità di manipolazione del linguaggio e della giustizia per perseguitare libri che non sono proibiti ed editori e librai. Adesso ci perseguitano per “giustificare o incitare al genocidio”, per difendere certi autori che credono nella difesa dell’identità etnica dei nostri paesi e altri libri che denunciano certi banditi internazionali, ebrei senza vergogna (non tutti lo sono, com’è ovvio ricordare).

CANZANO 8 - Qual è la situazione attuale dei revisionismo e dell'antirevisionismo in Spagna?

VARELA - In Spagna si può scrivere, parlare o diffondere testi revisionisti senza problemi. L’anti revisionismo sta facendo molti sforzi per riprogrammare le menti e le coscienze con trasmissioni radiofoniche, televisive, testi scolastici, monumenti, ecc. Hanno il potere economico e i mezzi di comunicazione. Ma non hanno la verità. Occorre continuare a lavorare e a lottare.

CANZANO 9 - Che cosa pensa del futuro del revisionismo in Spagna e in Europa alla luce del mandato d’arresto europeo?

VARELA - I Predatori faranno quello che sarà loro possibile per imporre questo mandato. Sarà difficile farlo accettare in paesi che hanno una lunga tradizione di libertà di espressione come l’Inghilterra o la Danimarca. E’ possibile però che lo vogliano imporre centralizzando la repressione a livello continentale.
Occorre continuare a diffondere la verità. Se alla fine ci toccherà una corona di alloro o il rogo, questo non ha importanza, perché lo scopo ultimo di questa vita è di essere dalla parte del Bene, della Verità e della Bellezza.

(traduzione a cura di Giovanni Bartolone)


NOTE
http://civiumlibertas.blogspot.com/2010/02/ricerche-storico-giuridiche-sulla_4081.html
http://andreacarancini.blogspot.com/2010/02/spagna-pedro-varela-davanti-ai-giudici.html

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Giovanna Canzano - © - 2010

ROBERT FAURISSON

Revisionismo o negazionismo? 
Intervista a Robert Faurisson

di Giovanna Canzano - 03/03/2008

… “La mia sorte è stata la seguente: una decina di aggressioni, circa trent'anni di processi, perquisizioni, una fiumana di condanne giudiziarie, sequestri alla mia banca, una carriera spezzata, ignobili ritorsioni su mia moglie e sui miei figli; il tutto per istigazione o con la piena approvazione delle autorità mediatiche, politiche, universitarie” … “Ma, nella disgrazia,
ho avuto fortuna. Fino ad ora, il mio revisionismo non mi è costato un solo giorno di prigione.
La mia sorte è invidiabile se la paragono a quella dei revisionisti che,
in Germania, in Austria, in Francia, in Belgio, in Spagna, in Svizzera, in Svezia o in
 Canada sono stati gettati in carcere”… (Roberto Faurisson)



CANZANO 1- Quali sono per Lei le conquiste più significative del revisionismo storico?

FAURISSON - [Come preambolo, mi permetta una puntualizzazione: io mi trovo ad essere, per prima cosa, cittadino britannico e, in secondo luogo, cittadino francese e voglio che sia ben chiaro che è esclusivamente nella mia qualità di cittadino britannico, e dunque come uomo libero, che io risponderò alle Sue domande].

A condizione di sostituire la parola “conquiste” con quella di “vittorie”, Lei troverà una risposta a questa Sua prima domanda in un testo che ho intitolato proprio “The Victories of Revisionism” (Teheran, 11 dicembre 2006). Vi enumero venti delle nostre vittorie. Sul piano strettamente scientifico e storico, queste vittorie sono state così importanti, sia per numero che per ampiezza, che non è rimasta pietra su pietra dell’edificio di menzogne costruito dalla religione de “l’Olocausto”. Sul piano mediatico, per converso, il nostro scacco è cocente poiché – è giocoforza il constatarlo – malgrado la nostra presenza su Internet, con l’Aaargh-VHO, Radio Islam e parecchi altri siti revisionisti, il grande pubblico sembra ignorare quasi tutto dei nostri successi, come pure della sconfitta dei nostri avversari.

Prendiamo il caso dell’ebreo americano Raul Hilberg; egli è il Number One degli storici di quello che viene diffusamente chiamato “Olocausto” o “Shoah” e a cui, per parte sua, preferisce dare il nome di “la distruzione degli ebrei d’Europa”. È nel 1961 che egli ha pubblicato la sua prima versione di The Destruction of the European Jews. All’epoca, sosteneva con sussiego la tesi secondo la quale Adolf Hitler aveva dato due ordini di sterminare gli ebrei d’Europa (p. 177). Questi ordini, dei quali, curiosamente, egli non indicava né le date né i rispettivi contenuti, erano stati, secondo lui, seguiti da istruzioni diverse, che sfociavano, da un lato, nei massacri sistematici di ebrei condotti in Russia dagli Einsatzgruppen, e, dall’altro, alla costruzione dei “campi di sterminio” (sic) in Polonia o in Germania, in particolare ad Auschwitz . Sempre a suo dire, al fine di perpetrare questo crimine specifico e senza precedenti, i Tedeschi avrebbero inventato ed utilizzato delle armi anch’esse specifiche e senza precedenti, chiamate sia “furgoni a gas”, sia “camere a gas” (utilizzando, in particolare, l’insetticida Zyklon B). Ma, anno dopo anno, sotto la pressione della critica revisionista che gli chiedeva delle prove e non delle sedicenti testimonianze, R. Hilberg ha dovuto battere in ritirata. Nel 1983, egli ha finito con il dichiarare che, a ben riflettere, questo gigantesco massacro non era stato concertato (come dapprima egli aveva scritto) ma si era prodotto spontaneamente, in seno alla vasta burocrazia tedesca, “per un incredibile incontro degli spiriti, per una consensuale trasmissione del pensiero” (“by an incredible meeting of minds, a consensus-mind reading by a far-flung bureaucracy”). Nel gennaio del 1985, all’inizio del primo dei due grandi processi intentati da alcune organizzazioni ebraiche canadesi contro il revisionista Ernst Zündel, a Toronto, noi gli abbiamo fatto confermare sotto giuramento questo suo strano discorso. Nel corso dello stesso anno, nella seconda edizione della sua opera, egli ha, ancora una volta, esposto la nebulosa teoria secondo la quale la distruzione degli ebrei d’Europa si era prodotta per un fenomeno di generazione spontanea, e si era sviluppato tramite trasmissione del pensiero. Egli precisava che l’impresa criminale in questione si era sviluppata senza un piano, senza un organismo speciale, senza direttive né autorizzazioni scritte, senza ordini, senza spiegazioni, senza budget, senza perciò lasciare delle tracce per lo storico. Donde, a ben comprendere, l’impossibilità per lo storico di produrre delle prove. Egli ha concluso: “In ultima analisi, la distruzione degli Ebrei non si realizzò solo [sic] in esecuzione delle leggi e degli ordini, ma come conseguenza di una disposizione dello spirito, di un accordo tacito, di una consonanza e di un sincronismo” (La Distruzione degli Ebrei d’Europa, Torino, Einaudi Tascabili, 1995 e 1999, vol. 1, p. 53 nell’originale: “In the final analysis, the destruction of the Jews was not as much a product of laws and commands as it was a matter of spirit, of shared comprehension, of consonance and synchronization”, The Destruction of the European Jews, New York, Holmes & Meier, 1985, p. 55) [La traduzione delle parole di Hilberg “not as much a product of laws...” con “non ... solo in esecuzione delle leggi...” è errata; una versione più esatta e  fedele della frase in oggetto è: “In ultima analisi, la distruzione degli Ebrei fu non tanto il prodotto di un'esecuzione delle leggi e degli ordini quanto un affare di disposizione dello spirito, di una comprensione condivisa, di una consonanza e di un sincronismo”.NdT]. Ora, in tutta la storia del mondo, non si conosce un solo crimine dalle proporzioni gigantesche che si sia prodotto per opera dello Spirito Santo, e che, pur non lasciando alcuna traccia della propria concezione, dei suoi preparativi o della sua organizzazione, abbia, come surplus, prodotto alcuni milioni di “miracolati” che sono sfuggiti al supposto massacro. [Nota di G. Canzano:  Per un approfondimento di questo argomento si veda lo scritto di C. Mattogno Raul Hilberg  e i «centri di sterminio» nazionalsocialisti. Fonti e metodologia. 2008, in: http://vho.org/aaargh/fran/livres8/CMhilberg.pdf]
.

Già nel 1978/1979, nel giornale Le Monde, avevo dimostrato che l’esistenza delle pretese camere a gas hitleriane si scontrava con una radicale impossibilità tecnica, ed avevo sfidato la parte avversa a mostrare come un omicidio di massa, quale è il preteso genocidio degli ebrei, fosse stato tecnicamente possibile. In una dichiarazione comune firmata da 34 storici ed autori francesi, fra cui Léon Poliakov, Pierre Vidal-Naquet, Fernand Braudel e Jacques Le Goff, mi si era risposto: “Non bisogna chiedersi come tecnicamente un tale assassinio di massa sia stato possibile; esso è stato tecnicamente possibile poiché ha avuto luogo” (Le Monde, 23 febbraio 1979). Ciò è quel che si chiama, nello stesso tempo, confessare la propria impotenza ed imporre agli altri il rispetto di un tabù. In fondo, R. Hilberg ha conosciuto, nel 1983-1985, uno smarrimento ed un’umiliazione simili a quelle che avevano subito in Francia, dal 1979, i suoi 34 colleghi o amici. Se Lei vuole degli altri esempi riguardo alle concessioni a cui abbiamo costretto i sostenitori della tesi del genocidio degli ebrei e delle camere a gas naziste, si rifaccia ai diciotto altri casi che io ho riportato nel mio testo dell’11 dicembre 2006. Non tralasci, soprattutto, quello di Jean-Claude Pressac, un personaggio che era stato sostenuto e decantato dalla coppia Klarsfeld [Serge e la moglie Beate – NdT]. Dopo molteplici pubblicazioni in favore della tesi ufficiale, J.-C. Pressac ha finito, il 15 giugno 1995, col firmare, sotto forma di risposta scritta ad un questionario di Valérie Igounet, una sorta d’atto di capitolazione a tutto tondo in cui egli ha riconosciuto che la documentazione della tesi dello sterminio era “marcia”, irrimediabilmente “marcia”, e che era votata agli “immondezzai della storia”. Questo atto di capitolazione ci è stato nascosto per cinque anni. Il testo non ci è stato rivelato che nell’anno 2000; esso è stato difatti riprodotto, con un piccolissimo carattere tipografico, all’estrema fine di un ponderoso libro precisamente firmato da Valérie Igounet: Histoire du négationnisme en France (pp. 651-652).

Per quel che riguarda il numero dei morti ad Auschwitz, preteso “campo di sterminio” (denominazione creata dagli Americani) situato al centro di un supposto sistema di liquidazione fisica degli ebrei, la verità ufficiale non ha smesso di subire delle revisioni verso il basso: fino all’inizio del 1990, questo numero era fissato a 4.000.000 di ebrei e di non ebrei; nel 1995, esso è precipitato a 1.500.000; poi, è stato successivamente di 1.100.000, di 800.000, di 700.000 e di 600.000; nel 2002, con Fritjof Meyer, redattore capo dello Spiegel, il numero è sceso a 510.000. Rimangono, agli storici ufficiali, vale a dire agli autori non perseguiti giudiziariamente per i loro scritti, ancora da fare dei progressi per raggiungere la cifra reale di circa 125.000 [nota di G. Canzano: L'ordine di grandezza di questa cifra è confermata da C. Mattogno, che ha calcolato circa 135.000 morti. C. Mattogno, Il numero dei morti di Auschwitz. Effepi, Genova, 2004, p. 34]. È in effetti a questa cifra che, probabilmente, è giunto il numero dei morti, in circa cinque anni, nei 39 campi del complesso di Auschwitz, devastato, specialmente nel 1942, da delle terribili epidemie di tifo che hanno ucciso dei detenuti, dei guardiani e perfino alcuni capo medici preposti alla salute dei detenuti.

CANZANO 2- Potrebbe riassumere per noi, brevemente, le persecuzioni fisiche e giudiziarie che ha dovuto subire per avere espresso in pubblico le Sue tesi storiche?

FAURISSON - La mia sorte è stata la seguente: una decina di aggressioni, circa trent'anni di processi, perquisizioni, una fiumana di condanne giudiziarie, sequestri alla mia banca, una carriera spezzata, ignobili ritorsioni su mia moglie e sui miei figli; il tutto per istigazione o con la piena approvazione delle autorità mediatiche, politiche, universitarie. E questo con le fanfare e in un’atmosfera da caccia alla volpe, con appelli all’omicidio e con un’ondata di lordura e fango lanciati da ogni parte sulla mia persona. Il capo dell’ordine degli avvocati di Parigi, Christian Charrière-Bournazel, ritiene che gli scritti o i discorsi di Faurisson non siano che fango e lordura e si auto-descrive come “sacro spazzino”.

Ma, nella disgrazia, ho avuto fortuna. Fino ad ora, il mio revisionismo non mi è costato un solo giorno di prigione. La mia sorte è invidiabile se la paragono a quella dei revisionisti che, in Germania, in Austria, in Francia, in Belgio, in Spagna, in Svizzera, in Svezia o in Canada sono stati gettati in carcere. Sono trascorsi giusto cinque anni oggi da che, il 5 febbraio 2003, la polizia americana ha tolto Ernst Zündel a sua moglie, nella loro casa del Tennessee, per metterlo in prigione e poi per estradarlo al Canada che, a sua volta, l’ha consegnato alla Germania. I suoi processi, prima a Toronto e poi a Mannheim, si sono svolti in condizioni rivoltanti. Il suo internamento a Toronto, durante due anni, e stato degno di Guantánamo e di Abou Graib. Nessuno può dire se questo giusto, questo eroe, uscirà un giorno di prigione e potrà ritrovare sua moglie, i suoi figli e i suoi nipoti.

CANZANO 3- La conferenza revisionista che si è tenuta a Teheran nel dicembre 2006 ha provocato un’ondata di indignazione mondiale; ha avuto anche delle ricadute positive?

FAURISSON - Mi permetta una rettifica. La conferenza di Teheran non può né deve essere qualificata come “revisionista”. La verità è che era aperta a tutti, ivi compresi i revisionisti. Essa ha fatto conoscere al mondo intero l’esistenza del revisionismo, ma senza riuscire a spezzare la morsa della censura che si è ovunque ed immediatamente richiusa, facendo in modo che il grande pubblico continuasse ad ignorare quali sono precisamente i nostri argomenti e le nostre conclusioni. Un po’ ovunque nel mondo occidentale, si è gridato alla bestemmia. Di ritorno al loro paese d’origine, alcuni partecipanti alla conferenza si sono trovati esposti alla repressione, in particolare uno Svedese, un Australiano e due dei sei coraggiosi rabbini antisionisti che avevano fatto la trasferta: il grande rabbino d’Austria e un rabbino di Manchester. Per la mia modesta parte, sono stato fatto oggetto di una inchiesta giudiziaria voluta all’epoca da Jacques Chirac; sono stato convocato due volte dalla polizia giudiziaria. La seconda volta, ben recentemente, sono stato posto in stato di fermo, mentre la mia casa veniva perquisita. Vi invito a venire al processo che si sta così preparando, ma la cui data non è stata ancora fissata. Riservo ai miei giudici e al procuratore una dichiarazione di cui si ricorderanno. Oggi stesso, apprendo appena che in un altro affare (quello di un’intervista concessa a “Sahar”, stazione della radio-televisione iraniana), la corte di cassazione ha confermato che dovrò versare 18.000 euro fra ammenda e di diverse indennità.

CANZANO 4-  Cosa ne pensa dell’avvenire del revisionismo e, in particolare, dei tentativi di introdurre in Italia una legge antirevisionista come quella francese?

FAURISSON - L’avvenire del revisionismo mi sembra compromesso, e quello dei revisionisti mi appare particolarmente cupo. La sorte che ci attende potrebbe essere paragonabile a quella dei pagani dopo il trionfo del cristianesimo, nel quarto secolo della nostra era: la progressiva cancellazione. Temo l’estensione di una legge antirevisionista su scala europea. Ma, deve saperlo, è possibile reprimere il revisionismo senza istituire, tuttavia, una legge specifica in questo senso. Consideri, ad esempio, il comportamento degli Stati Uniti, del Canada, dell’Australia e della Nuova Zelanda nei diversi casi particolari: oltre a quello di Ernst Zündel, quelli di Germar Rudolf, di Fredrick Töben e di Joel Hayward (quest’ultimo, semi-revisionista d’origine ebraica, ha salvato la pelle e la propria carriera universitaria solo rinnegando sé stesso). In Francia, ancor prima della specifica legge del 1990 (“legge Fabius-Gayssot”), non ci si è fatto scrupolo di perseguire penalmente dei revisionisti e condannarli sul piano giudiziario. “Chi vuole annegare il proprio cane lo accusa d’avere la rabbia”. Chi vuole attaccare un revisionista l’accuserà indifferentemente di “danni contro terzi”, per “diffamazione”, per “incitazione all’odio razziale”, per “apologia di reato”, di “offesa ai diritti dell’uomo”, di “terrorismo” o di qualsiasi altro crimine o delitto. Personalmente, io sono stato condannato nei Paesi-Bassi per danni a terzi e per violazione della proprietà letteraria! In un’opera sull’impostura del “Diario di Anna Frank” ero stato indotto a citare abbondantemente degli estratti da questo sedicente diario; il tribunale olandese ha deciso che, così facendo, avevo commesso una sorta di furto a danno degli aventi diritto di Anna Frank, ed ha anche stabilito che, seminando il dubbio sull’autenticità della suddetta opera, avevo compiuto un’offesa contro due fondazioni (rivali nello Shoah-Business!), una situata in Svizzera e l’altra nei Paesi Bassi, che difendono, entrambe, la memoria di Anna Frank. Inoltre, il tribunale ha avvalorato la tesi per cui io avevo costretto il Museo Anna Frank di Amsterdam a spendere dei soldi per preparare il personale a rispondere alle domande poste dai visitatori che potevano essere rimasti turbati dai miei argomenti.

Capita che delle brave persone dichiarino: “Io confido nella giustizia del mio paese”. Personalmente, reso edotto dall’esperienza della storia, io non vedo come si possa fare affidamento su dei magistrati. La gran parte dei giudici ha la docilità dei buoni e tranquilli ragazzi nati da buoni e tranquilli genitori. In materia di processi per revisionismo, se confido nei magistrati, è piuttosto per la loro propensione a schernire, all'occorrenza, la più elementare giustizia. In Francia, tre volte ho querelato per diffamazione; tre volte i giudici hanno riconosciuto che avevo ragione, pur tuttavia hanno respinto la mia domanda perché, ogni volta, hanno decretato che il mio diffamatore era “in buona fede”. L’ultimo esempio è quello del processo che ho dovuto intentare a Robert Badinter perché questo personaggio aveva osato dire alla televisione: “Io ho fatto condannare Faurisson per essere un falsario della storia”. I giudici hanno deciso che R. Badinter aveva “fallito nel suo tentativo di produrre prove”, vale a dire che si era mostrato incapace di giustificare le sue asserzioni; essi hanno riconosciuto che questo vecchio avvocato e ex-ministro (della Giustizia) mi aveva diffamato, ma hanno aggiunto, senza fornirne la prova, che il mio diffamatore era stato “in buona fede” e mi hanno condannato a versargli 5.000 euro, somma che, per me, in questo processo, si è aggiunta a ben altre spese; io ho versato questi 5.000 euro ma, non avendo altro denaro, ho rinunciato a interporre appello. Tutti i giornali che hanno dato notizia della vicenda hanno spiegato ai loro lettori che R. Badinter, che aveva detto: “Io ho fatto condannare Faurisson per essere un falsario della storia”, aveva vinto il processo, e che Faurisson aveva dovuto inchinarsi di fronte al verdetto; essi hanno nascosto, o occultato, il fatto che R. Badinter mi aveva diffamato, sia pure “in buona fede”.

CANZANO 5-  Lei ha spesso paragonato le presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein alle camere a gas hitleriane: può chiarire questo concetto?

FAURISSON - Il 23 giugno 2003 avevo redatto un articolo dedicato all’arresto, a Vienna, di un revisionista: l’ingegnere chimico e specialista delle camere a gas di decontaminazione Wolfgang Fröhlich, che, per altro, sconta attualmente una pena di sei anni e cinque mesi di prigione. In questo articolo, avevo ricordato l’offensiva condotta dai politici americani Rudy Giuliani e George W. Bush contro dei “revisionisti” che, già da un bel pezzo, avevano scoperto che le armi di distruzione di massa attribuite a Saddam Hussein semplicemente non esistevano affatto. Il 16 giugno 2003, Bush aveva condannato “un mucchio di storia revisionista attualmente in marcia” (“a lot of revisionist history now going on”). Io avevo colto l’occasione per tracciare un parallelo fra F. D. Roosevelt e G. W. Bush, da una parte, e Adolf Hitler e Saddam Hussein dall’altra. Scrivevo:

Nel gennaio 1944, il presidente Roosevelt, manipolato da Henry Morgenthau Jr, suo segretario di Stato al tesoro, creò il Consiglio dei Rifugiati di Guerra (War Refugee Board o WRB), che avrebbe fabbricato un rapporto, divenuto poi tristemente famoso, su: “I campi di sterminio tedeschi – Auschwitz e Birkenau”. Nel settembre 2001, il presidente Bush, manipolato da Paul Wolfowitz, creò l’Ufficio dei Piani Speciali (Office of Special Plans o OSP), che poi si mise a costruire dei falsi rapporti sulle armi di distruzione di massa dell’Irak (Weapons of Mass Destruction ou WMD). Questo ufficio è diretto da Abram Shulsky. In seno a questo stesso ufficio i quattro responsabili incaricati dei rapporti su queste armi di distruzione di massa si auto-designano con il nome di “la cabala” [ebraica]! Seymour Hersh, giornalista americano di fama, ne ha fatto la rivelazione in un lungo articolo del New Yorker datato al 12 maggio [2003] e, in Francia, Jacques Isnard l’ha riportato su Le Monde del 7 giugno, a pagina 7.

Io allora concludevo:

Medesime menzogne. Medesimi mentitori. Medesimi beneficiari. Medesime vittime. Sembra dunque che sia necessario un medesimo lavoro revisionista.

In seguito, Le Monde del 17 giugno aveva pubblicato in prima pagina un articolo intitolato ironicamente: “Saddam era un malvagio, dunque aveva delle armi proibite”. Il giorno dopo ho mandato al giornale, affinché la pubblicasse, una lettera il cui contenuto si limitava ad una frase: “Hitler era malvagio, dunque aveva delle camere e dei furgoni a gas”, ma, come ci si poteva aspettare, la mia impertinente missiva non è stata pubblicata.

CANZANO 6- Da alcuni anni a questa parte, il revisionismo si trova ad essere comunemente chiamato “negazionismo” in quanto si dice che esso abbia un carattere eminentemente distruttivo. Lei che cosa ne pensa?

FAURISSON - “Negazionismo” è un barbarismo e, a coloro che mi danno del “negazionista”, io potrei ribadire, forgiando a mia volta un barbarismo, che essi sono degli “affermazionisti”. Nel Faust di Goethe, Mefistofele è “lo spirito che sempre nega”. Ora, i revisionisti non sono affatto diabolici; non negano nulla, e soprattutto non negano l’evidenza. Al termine delle loro ricerche, essi si limitano ad affermare che quella convinzione, largamente diffusa, non è che un’illusione. Galileo non negava nulla; egli constatava l’esistenza di un errore o di una superstizione ed insisteva affinché, in un ambito particolare della conoscenza, l’astronomia, si rivedesse, correggesse o revisionasse ciò che fino ad allora era stato creduto esatto e che, a suo avviso, era falso. Il revisionismo è POSITIVO, talvolta anche positivista. Esso preconizza la riflessione, la verifica, lo sforzo, il lavoro, la ricerca. E poi si trova ad essere anche un UMANESIMO : offre agli uomini un mezzo per intendersi al di là di ogni appartenenza ad un gruppo nazionale, politico, religioso o professionale. Esso rigetta l’argomentazione basata sul principio d'autorità. Per i revisionisti, ciò che affermano eruditi, professori, magistrati non è necessariamente esatto o conforme alla realtà, e deve poter essere sottoposto ad esame. Il revisionismo ce ne avverte: ciò che l’opinione pubblica ribadisce indefinitamente, fino alla noia, potrebbe non essere che una leggenda, una credenza infondata. Attenzione alla calunnia! Prima di ripetere che la Germania ha commesso il crimine più atroce di tutti i tempi, e di aggiungere che quasi tutto il resto del mondo è stato il complice di questo crimine sia partecipandovi, sia distogliendo lo sguardo, dobbiamo esigere delle prove. Con quale diritto si afferma che la patria di Goethe e di Beethoven si è disonorata al punto da costruire dei mattatoi chimici per asfissiarvi milioni d’uomini, di donne e di bambini? Con quale diritto tante istituzioni ebraiche si permettono di accusare confusamente di complicità in questo crimine il Papa Pio XII, il Comitato internazionale della Croce Rossa, Roosevelt, Churchill, de Gaulle, Stalin, gli alleati della Germania (ivi compresi i Giapponesi, il Grand Mufti di Gerusalemme, gli Indù liberi di Chandra Bose) e i paesi neutrali, a cominciare dalla Svizzera? È davvero possibile che solo gli ebrei e i loro amici abbiano visto chiaro, mentre il resto del mondo, o poco ci manca, sarebbe stato accecato dall’odio o dall’ignoranza? Il canadese David Matas, avvocato provetto e un’autorità in seno al “B’nai B’rith” (una specie di frammassonneria esclusivamente ebraica, con ambasciatori presso l’ONU ed altre organizzazioni internazionali), ha dichiarato, il 27 gennaio 2008: “L’Olocausto è stato un crimine di cui quasi ogni paese del globo è stato complice” (“The Holocaust was a crime in which virtually every country in the globe was complicit”). Mi sembra che, nel momento in cui i revisionisti vengono a sostenere, al termine delle loro ricerche, che D. Matas si inganna o ci inganna, evocando in questo modo il preteso genocidio degli ebrei, dovremmo almeno prestare attenzione a queste ricerche, invece di interdirle con “la forza ingiusta della legge”. Chi, in questa vicenda, Le sembra mantenere un comportamento normale ed UMANO? A parer Suo, è questo D. Matas e i suoi potenti amici, oppure il germano-canadese Ernst Zündel, il quale deve proprio a questa gente di essere stato mandato in prigione per così tanti anni? Per riprendere le Sue parole, io dirò dunque che, a mio sentire, lungi dall’avere “un carattere eminentemente distruttivo”, il revisionismo è dotato di un carattere COSTRUTTIVO ed eminentemente UMANO.

All’ateo che io sono, permetta la seguente riflessione: la religione de “l’Olocausto” non è che un avatar della religione veterotestamentaria. Alla pari di quest’ultima, essa è inumana. Insegna l’odio, la crudeltà, la sete di vendetta e la violenza. Essa ci tratta tutti come Palestinesi; si burla dell’uomo, e cerca di farci ingoiare le storie più balorde che ci siano. E deve, difatti, far così: come Le ho detto, sul piano della storia e della scienza o, in una parola, della ragione, gli Hilberg e i Pressac sono stati ridotti a zero dai revisionisti. Allora, disperando per la causa, e per propria inclinazione, i sostenitori dell’Olocausto si sono rivolti ai Claude Lanzmann, agli Elie Wiesel, ai Marek Halter, agli Steven Spielberg, vale a dire a dei narratori di storie ebraiche, che hanno in orrore la scienza storica. Essi del resto non lo nascondono affatto. E. Wiesel, che è il più grande dei nostri falsi testimoni, ha finito con lo scrivere nelle sue memorie: “È meglio che le camere a gas restino chiuse agli sguardi indiscreti. E all’immaginazione” (Tous les fleuves vont à la mer…, Le Seuil, 1994, p. 97). Quanto a Claude Lanzmann, che ha finito con il confessare d’avere pagato, e caro, i suoi “testimoni” tedeschi per il film Shoah, egli ha sempre proclamato il suo odio per gli storici e per i loro documenti, giungendo ad affermare che, se avesse scoperto un film che mostrava una scena di gassazione degli ebrei, lo avrebbe distrutto. Questa tipologia di commercianti è a favore dei racconti, dei romanzi, delle novelle, dei film, del teatro, degli spettacoli d’ogni genere, e parteggia anche per il kitsch, purché questo serva ciò che essi chiamano la Memoria. Essi sono a favore de “la Mémoria” tale e quale la si scrive ad Hollywood, allo Yad Vashem o in quelle Disneyland che stanno diventando, progressivamente, tutti questi musei degli orrori che proliferano ad Auschwitz, a Berlino, a Washington o in cento altri punti del globo. Costoro privilegiano i metodi hollywoodiani e le prassi scenografiche più disoneste e disdegnano apertamente la storia. Si interessano all’arte di suscitare delle emozioni. Questa gente segue le ricette dello “story-telling”, vale a dire l’arte di imbastire una buona storia, dove il lettore o lo spettatore, gustando simultaneamente il piacere dell’indignazione contro i cattivi nazisti e quello della commiserazione per i poveri ebrei, potrà abbandonarsi al pianto. La letteratura olocaustica rigurgita di racconti di orrori e di miracoli degni dell’Antico Testamento, con le sue storie delle Piaghe d’Egitto, del Mar Rosso, delle Mura di Gerico o di Giosué che ottiene che il sole si fermi in modo che gli ebrei possano compiere un massacro. Si tratta lì di una lunga tradizione ebraica, la cui parola d’ordine è: “Niente Storia ma delle storie”. In un testo datato al 15 giugno 2006 ed intitolato: “Mémoire juive contre l’histoire (ou l’aversion juive pour tout examen critique de la Shoah)”  (“Memoria ebraica contro la storia [o l’avversione ebraica per ogni esame critico della Shoah]”), raccontavo della disavventura toccata al più prestigioso storico israeliano, Ben Zion Dinur, nato Dinaburg (1884-1973). Fondatore dell’Istituto Yad Vashem, egli ha avuto l’audacia di preconizzare la diffidenza dell’ambito scientifico rispetto alle innumerevoli “testimonianze” dei “sopravissuti” o “miracolati”; voleva verificarne l’autenticità; così facendo, ha provocato contro di sé una temibile campagna che l’ha costretto, alla fine, a dimettersi dalla direzione dello Yad Vashem.

A partire dal 1995-1996, gli storici de “l’Olocausto” hanno definitivamente ceduto il passo ai servitori della Memoria. Nel 1996, una sorta di Pressac in sedicesimo, Robert Jan van Pelt, universitario canadese, sarà stato l’ultimo storico ebreo a tentare di difendere la tesi de “l’Olocausto” sul piano scientifico. Dopo questa data, gli specialisti dell’argomento hanno moltiplicato le pubblicazioni in cui ognuno di loro fornisce la propria particolare interpretazione de “l’Olocausto”, ma senza più tentare di dimostrare, in via preliminare, che vi sia stato effettivamente un genocidio degli ebrei e delle camere a gas naziste. Per contro, siamo intossicati con una letteratura strabiliante, nello stile dei racconti di Misha Defonseca, di Shlomo Venezia o di quel consacrato burlone di Padre Patrick Desbois: una bambinella ebrea, adottata dai lupi, attraversa con loro l’intera Europa alla ricerca dei suoi genitori deportati ad Auschwitz; i camini dei crematori lanciano, giorno dopo giorno, notte dopo notte, delle fiamme verso il cielo (mentre un solo fuoco di ciminiera avrebbe interrotto per lungo tempo ogni attività di cremazione); quando i Tedeschi decidono di giustiziare dei grandi gruppi d’ebrei, mobilitano dei bambini ai quali ordinano di battere su delle casseruole per coprire il rumore delle fucilate e le grida delle vittime; “Noi eravamo trenta fanciulle ucraine che dovevano, a piedi nudi, pigiare i corpi degli Ebrei e gettarvi sopra una fine coltre di sabbia, in modo che gli altri Ebrei potessero adagiarvisi” (Padre Patrick Desbois, Porteur de mémoires / Sur les traces de la Shoah par balles, Michel Lafon, 2007, pp. 115-116); “Poi, un altro giorno, in un altro villaggio, qualcuno che, bambino, era stato requisito per scavare una fossa ci racconta che una mano uscita dal suolo si è appiccicata alla sua pelle” (pp. 92-93); “[Samuel Arabski] ci ha spiegato, con lo sguardo colmo di terrore, che la mano di un Ebreo uscita dalla fossa è venuta ad afferrare la sua pelle” (p. 102). Non si finirebbe mai di enumerare queste fantasmagorie che sono disonorevoli per chi le inventa, le stampa o ne fa dei film, e che degradano, allo stesso tempo, coloro che sono indotti a leggerne il racconto, o a vederne la rappresentazione.

Da parte mia, prendendo atto del fatto che, in questi ultimi dieci anni, la storiografia de “l’Olocausto” si è ridotta essenzialmente a queste sotto-produzioni, ho l’impressione che il mio ruolo sia sul finire. Ho 79 anni. Non consacrerò quel poco di vita che mi resta a dimostrare l’assurdità, sempre più grossolana, del commercio o dell’industria de “l’Olocausto”. I revisionisti l’hanno già ampiamente provata: La storia del preteso sterminio degli Ebrei e delle pretese camere a gas naziste è un’impostura che ha aperto la strada ad una gigantesca truffa politico finanziaria, di cui i beneficiari principali sono lo Stato di Israele e il sionismo internazionale, e le cui vittime principali sono il popolo tedesco – ma non i suoi governanti – e l’intero popolo palestinese. Sono giunto a questa conclusione nel 1980. Al giorno d’oggi, 5 febbraio 2008, non devo cambiarla di un iota.

Per riassumere in una frase il bilancio personale degli ultimi trent’anni da me già consacrati al revisionismo storico, dirò che io ho semplicemente voluto, con dei mezzi risibili, servire una causa ingrata: quella della scienza storica. Non ho nient’altro da dire a mia difesa.

Le sono grato di avermi accordato la parola. Il primo giornalista che abbia voluto darmela per davvero è stato uno dei Suoi connazionali. Si chiamava Antonio Pitamitz. Era nel 1979, sul mensile Storia Illustrata, poi scomparso. Oggi, un professore universitario si batte aspramente perché mi sia accordato il diritto di esporre le mie vedute – delle vedute che egli forse per parte sua non condivide – e si tratta ancora di un Italiano. Lei lo conosce: si chiama Claudio Moffa.

BIBLIOGRAFIA
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Faurisson
Nato a Shepperton (Inghilterra) 25 gennaio 1929, da padre francese e madre scozzese, si laureò alla Sorbona e dal 1974 cominciò ad insegnare letteratura presso l'Università di Lione; nel corso di quel decennio pubblicò alcune monografie di critica letteraria.

Tra il dicembre 1978 ed il febbraio 1979 scrisse tre lettere al quotidiano Le Monde, nelle quali dichiarava di essersi persuaso delle tesi che sollevavano dubbi circa l'Olocausto, e chiedeva agli storici di dibatterle; in particolare, Faurisson negava la possibilità che fossero esistite camere a gas omicide nei campi di concentramento tedeschi, ed invitava chiunque a presentare prove incontrovertibili della loro esistenza e funzionamento. Da allora ha pubblicato una lunga serie di articoli e libri criticando la storiografia "ufficiale" sulla Shoah. Dopo le prime risposte, quasi tutti gli storici scettici circa le tesi negazioniste cessarono di confrontarsi con gli scritti di Faurisson. Nel 1990 Robert Faurisson fu rimosso dall'insegnamento e privato della pensione. Egli ha inoltre subito diversi processi per avere negato dei crimini contro l'umanità, ricevendo in alcuni delle assoluzioni ed in altri delle condanne a pene pecuniarie (oltre a tre mesi in libertà in vigilata, il 3 ottobre 2006).

Robert Faurisson è stato anche fatto oggetto di aggressioni fisiche. Nella più grave ha riportato la frattura della mascella. In Italia, a Teramo, dove il 18 maggio 2007 era stato invitato a tenere una conferenza presso la locale Università, durante una dimostrazione di protesta per la sua presenza, egli è stato strattonato ad opera dei manifestanti.

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intervista nell'originale francese


Robert Faurisson répond à six questions de la journaliste italienne Giovanna Canzano

CANZANO 1- Quelles sont pour vous les conquêtes les plus significatives du révisionnisme historique ?

FAURISSON - [Au préalable, permettez-moi une mise au point : je me trouve être d’abord citoyen britannique, puis citoyen français et je veux qu’il soit clair que c’est exclusivement en ma qualité de citoyen britannique, et donc en homme libre, que je vais répondre à vos questions].
 
A condition de remplacer le mot de « conquêtes » par celui de « victoires », vous trouverez une réponse à votre première question dans un texte que j’ai précisément intitulé « The Victories of Revisionism » (Téhéran, 11 décembre 2006). J’y énumère vingt de nos victoires. Sur le strict plan scientifique et historique, ces victoires ont été si importantes en nombre et par leur étendue qu’il ne reste plus pierre sur pierre de l’édifice de mensonges construit par la religion de « l’Holocauste ». Sur le plan médiatique, en revanche, notre échec est cuisant puisque – force est de le constater – malgré notre présence sur Internet, avec l’Aaargh-VHO, Radio Islam et tant d’autres sites révisionnistes, le grand public semble ignorer à peu près tout de nos succès comme de la déroute de nos adversaires.

Prenons le cas du juif américain Raul Hilberg ; il est le Number One des historiens de ce qu’on appelle « Holocauste » ou « Shoah » et que, pour sa part, il préfère nommer « la destruction des juifs d’Europe ». C’est en 1961 qu’il a publié sa première version de The Destruction of the European Jews. A l’époque, il soutenait avec aplomb la thèse selon laquelle Adolf Hitler avait donné deux ordres d’exterminer les juifs d’Europe (p. 177). Ces ordres, dont, curieusement, il n’indiquait ni les dates ni les contenus respectifs, avaient été, selon lui, suivis d’instructions diverses aboutissant, d’une part, à des massacres systématiques de juifs par les Einsatzgruppen en Russie et, d’autre part, à l’édification de « camps d’extermination » (sic) en Pologne ou en Allemagne, en particulier à Auschwitz ; toujours à l’en croire, afin de perpétrer ce crime spécifique et sans précédent, les Allemands avaient inventé et utilisé des armes spécifiques et sans précédent appelées soit « camions à gaz », soit « chambres à gaz » (utilisant, en particulier, l’insecticide Zyklon B). Mais, d’année en année, sous la pression de la critique révisionniste qui lui demandait des preuves et non de prétendus témoignages, R. Hilberg a dû battre en retraite. En 1983, il a fini par déclarer que, toute réflexion faite, ce gigantesque massacre n’avait pas été concerté (comme il l’avait d’abord écrit) mais s’était produit spontanément, au sein de la vaste bureaucratie allemande, « par une incroyable rencontre des esprits, une transmission de pensée consensuelle » (« by an incredible meeting of minds, a consensus-mind reading by a far-flung bureaucracy »). En janvier 1985, au début du premier des deux grands procès intentés par des organisations juives canadiennes au révisionniste Ernst Zündel, à Toronto, nous lui avons fait confirmer sous serment ces étranges propos. Au cours de la même année, dans la seconde édition de son ouvrage, il a, une nouvelle fois, exposé la nébuleuse théorie selon laquelle la destruction des juifs d’Europe s’était produite par un phénomène de génération spontanée et s’était développée par transmission de pensée. Il précisait que l’entreprise criminelle en question s’était déroulée sans plan, sans agence spéciale, sans directives ni autorisations écrites, sans ordres, sans explications, sans budget, sans donc laisser de trace pour l’historien. D’où, si l’on comprend bien, l’impossibilité pour l’historien de produire des preuves. Il a conclu : « En dernière analyse, la destruction des juifs ne fut pas tant accomplie par l’exécution de lois et d’ordres que par suite d’un état d’esprit, d’une compréhension tacite, d’une consonance et d’une synchronisation » (La Destruction des juifs d’Europe, Paris, Fayard, 1988, p. 53 ; dans l’original : « In the final analysis, the destruction of the Jews was not as much a product of laws and commands as it was a matter of spirit, of shared comprehension, of consonance and synchronization », The Destruction of the European Jews, New York, Holmes & Meier, 1985, p. 55). Or, dans toute l’histoire du monde, on ne connaît pas un seul crime aux proportions gigantesques qui se serait ainsi produit par l’opération du Saint-Esprit et qui, ne laissant aucune trace de sa conception, de ses préparatifs ou de son organisation, aurait, au surplus, produit des millions de « miraculés » ayant échappé au supposé massacre.

Dès 1978/1979, dans le journal Le Monde, j’avais montré que l’existence des prétendues chambres à gaz hitlériennes se heurtait à une impossibilité technique radicale et j’avais mis la partie adverse au défi de nous montrer comment un meurtre de masse tel que le prétendu génocide des juifs avait été possible techniquement. Dans une déclaration commune signée de 34 historiens et auteurs français, dont Léon Poliakov, Pierre Vidal-Naquet, Fernand Braudel et Jacques Le Goff, on m’avait répliqué : « Il ne faut pas se demander comment techniquement un tel meurtre de masse a été possible ; il a été possible techniquement puisqu’il a eu lieu » (Le Monde, 23 février 1979). C’est ce qui s’appelle tout à la fois avouer sa propre impuissance et imposer aux autres le respect d’un tabou. Au fond, R. Hilberg a connu, en 1983-1985, un désarroi et une humiliation comparables à ce qu’avaient subi en France, dès 1979, ses 34 collègues ou amis. Si vous voulez d’autres exemples des concessions auxquelles nous avons acculé les tenan

giovedì 9 febbraio 2017

MARCO DE MICO


GIOVANNA CANZANO

 intervista 

MARCO DE MICO

   22 febbraio 2009


Tra Sanremo e fatti della vita: come interpretare e tradurre la realtà

… “ho tradotto ieri l'attore Kevin Spacey, negli altri anni sono stato al fianco di Pippo Baudo alle varie conferenze stampe per la presentazione e le interviste degli ospiti del Festiva di Sanremo”… “Nel 1995, la mia prima volta a Sanremo è stata per me piena di tensione. Pippo Baudo mi chiese di tradurre non dalla cabina, ma dal palcoscenico di Sanremo, e, quella volta andai in video affianco a Pippo Baudo e agli artisti da tradurre, con la consapevolezza di essere visto da molti milioni di ascoltatori e, ricordo con nettezza la ‘tremarella’ alle gambe come si dice in caso di vera tensione”… (Marco De Mico)

CANZANO. Interprete o traduttore, come ti definisce?
DE MICO. Mi riconosco in tutte e due, sono due segmenti della stessa professione. Una è più stimolante che ti riempie di adrenalina ogni volta che sei preso da quel tipo di lavoro è sicuramente l’interpretariato, l’interpretazione simultanea quella televisiva. Nel corso della mia carriera mi sono specializzato per la traduzione simultanea televisiva, che è quella che continua ad affascinarmi di più e a darmi più feeling più passione. Come traduttore di libri ho dedicato una parte piccolissima della mia attività. Solo all’ inizio della carriera mi sono occupato della traduzione di alcuni libri di carattere medico, ma in realtà come traduttore mi occupo di tradurre altri tipi di documenti non necessariamente libri. Quella del traduttore è un altro tipo di attività, che svolgo in un contesto di tranquillità nel mio studio, dove posso utilizzare tutti gli strumenti che ho a disposizione, non ultimo internet che negli ultimi anni ha rivoluzionato il nostro modo di lavorare di noi traduttori, rivoluzionato in modo positivo, e questa del traduttore, è una attività meno stressante dell’attività di interprete.
CANZANO. La tua voce la sentiamo spesso in trasmissioni giornalistiche quando ci sono collegamenti con gli USA…
DE MICO. Lavorando il più delle volte per le televisioni non necessariamente finisco con il trovarmi sul luogo del ‘delitto’ perché spesso mi trovo a tradurre discorsi dallo studio da Roma.
Quando c’è un discorso di Bush annunciato per esempio alle tre di notte, io non vado a Washington per tradurre Bush, ma dallo studio televisivo di Roma, traduco in simultanea il discorso che in quel momento sta facendo il presidente americano in diretta agli ascoltatori americani.
CANZANO. Cioè tu sei la voce italiana di Bush mentre sta parlando, in diretta e, come diremmo, senza filtri…
DE MICO. Infatti non è una traduzione consecutiva o uno speakeraggio, mentre ascolto il discorso del presidente, né io né tutto lo staff giornalistico che preparano la diretta televisiva sanno in anticipo il discorso che verrà fatto. Quindi, mentre Bush parla, io traduco in simultaneo il suo discorso in italiano. Per quello che prima parlavo di adrenalina, di tensione perché è tutto immediato.
In alcuni casi invece, posso già sapere in anticipo almeno l’argomento di cui si palerà, cioè che tipo di discorso verrà affrontato dall’ospite della trasmissione. Nel caso di un convegno o di un congresso, l’interprete ha la possibilità di conoscere l’argomento e anche la persona che farà il discorso così, con un colloqui con la persona che si dovrà tradurre, riusciamo a sapere in anticipo almeno l’argomento su verterà la traduzione.
CANZANO. Cioè, in questo caso, tu sei già in possesso delle parole chiave su cui verterà il discorso o, quando si tratta di tradurre un convegno gli interventi posso anche essere stati preparati prima dai relatori…
DE MICO. Infatti, però capita spesso che se ci danno prima una copia della relazione, i relatori, durante l’intervento, cambiano notevolmente la versione che si erano preparati.
CANZANO. Cioè tu ti trovi come in trincea…
DE MICO. Si, torniamo al discorso famoso del presidente americano. Viene annunciato che stasera il presidente Bush annuncerà la sua strategia per quanto riguarda l’Iraq e tutto il mondo sta lì e vuole sapere cosa dirà il presidente, e, anche noi interpreti, non sappiamo cosa dirà il Presidente. A volte possono esserci delle anticipazioni, delle voci, delle indiscrezioni di qualche giornalista più vicino allo Casa Bianca e nostro dovere e nostro interesse, è quello di navigare su internet per cercare di ‘rubacchiare’ qualche voce.
CANZANO. In radio sei spesso in trasmissioni come radio anch’io o zapping?
DE MICO. Si, oltre a queste due trasmissioni, sono spesso anche a ‘Baobab’, che va in onda il pomeriggio su Radiodue o, la trasmissione ‘La radio ne parla’ che va in onda su Radiouno tutti i giorni alle ore 12.30 ‘Corriere diplomatico’ che va in onda ogni mercoledì intorno alle 23 su Radiouno. Ho lavorato anche per il programma di Fiorello su Radiodue ‘Viva radiodue’, e, ho anche tradotto i personaggi ospiti nelle trasmissioni di varietà.
CANZANO. Hai mai dato la tua voce per qualche personaggio cinematografico?
DE MICO. No, mai fatto doppiaggio.
CANZANO. Sei stato spesso a Sanremo?
DE MICO. Ai anche quest’anno sono in prima linea, ho già tradotto gli ospiti maschili del festiva di  Pippo Baudo a Sanremo per il festival.
CANZANO. Questa volta sarai sul posto…
DE MICO. Si, sarò presente come per l’edizione di Pippo Baudo quando ci saranno le varie conferenze stampe per la presentazione e le interviste degli ospiti del festival.
CANZANO. Parlami di Sanremo…
DE MICO. Sono stato convocato per tradurre gli ospiti dall’inglese e dal francese. A Sanremo sono stato anche nelle edizioni passate, la mia prima vota sanremese è stata nel 1995. Ho tradotto ospiti come John Travolta l’anno scorso, e ospiti come i grandi di Take That circa dieci anni fa, e, quest’anno ritorneranno, e, avrò l’onore di tradurli di nuovo.
Nel 1995, la mia prima volta a Sanremo è stata per me piena di tensione. Pippo Baudo mi chiese di tradurre non dalla cabina, ma dal palcoscenico di Sanremo, e, quella volta andai in video affianco a Pippo Baudo e agli artisti da tradurre, con la consapevolezza di essere visto da molti milioni di ascoltatori e, ricordo con nettezza la ‘tremarella’ alle gambe come si dice in caso di vera tensione.
CANZANO. Quando traduci gli ospiti delle trasmissioni radiofoniche ascolti solo la voce?
DE MICO. Si, per radio sempre al telefono e ascolto solo la voce, e questo è uno svantaggio perché un collegamento telefonico è sempre uno svantaggio in confronto ad un collegamento satellitare dove puoi vedere anche l’interlocutore. Cioè la differenza che può esserci da una telefonata o una voce via satellite pulita e quando è televisiva io posso vedere la persona anche, pretendo di vederla, dalla cabina, postazione di traduzione simultanea, quando arrivo e vedo che non c’è un monitor per me, esigo un video per vedere il viso della persona che sto per tradurre, perché è importantissimo.
CANZANO. Cioè dalla gestualità dal movimento delle labbra…
DE MICO. In questo modo è proprio interpretare, sono solo traduzione…
CANZANO. Qualche traduzione che ti è rimasta impressa per l’emozione che ti ha creato?
DE MICO. Ho fatto circa duemila traduzioni, e tutte sono piene di emozione, come appunto il discorso del Presidente Bush durante una guerra o l’annuncio di una guerra, o la nottata al TG1 prima dell’invasione dell’Iraq, quando si attendeva il discorso di Bush.
Sono stato sempre in trasmissioni giornalistiche durante il periodo dell’11 settembre 2001. Quello è stato un periodo di grande business di noi interpreti che eravamo richiestissimi in quel periodo di grande affollamento di trasmissioni giornalistiche, sono stati periodi intensi di grande fermento, iniziavamo a lavorare la mattina presto con Uno mattina per finire all’una di notte con ‘Porta a Porta’.
C’è stato il periodo dei discorsi di Giovanni Paolo II quando andava all’estero. Lui parlava in inglese, e c’era una grande tensione, perché il papa all’ora aveva sempre maggiore difficoltà a parlare e quindi facevo di tutto per avere in anticipo dalle redazioni per i programmi per cui lavoravo, il discorso del papa, e, in quel caso il Vaticano diffondeva in anticipo il comunicato stampa con il discorso.
CANZANO. Un episodio del tuo lavoro che ha lasciato il segno?
DE MICO. Una traduzione molto toccante che ho fatto per Canale 5 per il programma di Bonolis, ‘Il senso della vita’, è stata la traduzione di un condannato a morte dal carcere di San Quintino. Si chiamava Stanley Tookie Williams, ed era a pochi giorni dalla sua esecuzione. Con uno stratagemma la redazione riuscì ad avere il collegamento per circa un quarto d’ora. Al carcere non dicemmo che il colloquio era per una trasmissione televisiva, ma dicemmo che era un avvocato del condannato a morte. Per non perdere tempo in chiacchiere inutili non passammo neanche attraverso la voce del presentatore ma feci tutto io, domanda e risposta.
CANZANO. Cioè in quel caso tu hai dialogato da solo con l’interlocutore, cioè hai fatto l’intervista da solo?
DE MICO. Si, avevo le domande che mi aveva preparato la redazione e, successivamente in trasmissione ho tradotto tutta l’intervista. L’intervista è stata toccante perché sapevo che quell’uomo da lì a pochi giorni sarebbe stato giustiziato senza riuscire ad avere la grazia. Durante la trasmissione ci fu l’appello del governatore Schwarzenegger, ma, non si riuscì a non farlo giustiziare. Tutto fu molto toccante e triste.
CANZANO. Sei passato dal tradurre persone in momenti drammatici a persone di spettacolo allegre…
DE MICO. Si, ho anche tradotto personaggi importanti di spettacolo come Will Smith e Sean Connery o i principini inglesi William ed Herry e ho fatto un’intervista ad una prostituta per la trasmissione ‘La vita in diretta’



giovanna.canzano@yahoo.it